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Gaurav Suri - Hartosh Singh Bal, Una
certa ambiguità – Romanzo matematico, Ponte alle
Grazie, pp. 368, € 16.80
Titolo originale: A certain Ambiguity, A mathematical Novel
Princeton University Press, 2007
Sono rari i romanzi matematici, che non abbiano la matematica soltanto
come pretesto, ma che sia veramente protagonista del racconto. Gaurav
Suri e Hartosh Singh Bal, gli autori di Una certa ambiguità
sono entrambi lontani dalla matematica come mestiere, ne sono però
sinceramente innamorati e il loro libro è una autentica dichiarazione
d’amore per la matematica. Entrambi hanno un master's degrees
in matematica e ne scrivono con sicurezza e competenza.
Gli autori non partono da zero, ma richiedono al lettore una minima
preparazione matematica, con una certa idea dell’infinito e delle
geometrie non euclidee. La conoscenza che dovrebbe avere uno studente
che frequenta le superiori.
Sono due storie parallele che corrono affiancate nel racconto. Quella
di Ravi Kapoor e quella di suo nonno Vijay Sahni il quale, alla sua
morte, lasciò una grande somma di denaro affinché il nipote
potesse frequentare un college americano. Ravi viene accettato a Stanford,
dove segue i corsi di Economia, ma all’ultimo anno decide di seguire
un corso di Matematica, “Pensare l’infinito”, un corso
che gli darà molto più di quanto avrebbe potuto aspettarsi.
Da una parte ci sono le lezioni di un bravissimo insegnante che lo portano
a scoprire la bellezza della matematica, dall’altra Ravi conduce
una sua personale indagine per scoprire cosa fosse successo a suo nonno
che aveva passato alcuni anni negli Stati Uniti ed era finito accusato
di blasfemia.
Incredibile: il New Jersey non era l’unico stato che, all’inizio
del Novecento, avesse ancora una legge sulla blasfemia nel suo codice.
Da una parte ci sono i dialoghi molto belli e appassionati fra gli studenti,
Ravi e i suoi amici, stimolati dalle lezioni sull’infinito, dall’altra
i dialoghi fra il nonno e un giudice, John Taylor, che deve decidere
cosa fare con il nonno, accusato di aver messo in dubbio le verità
della religione cristiana. Le loro conversazioni sono simili e convergono
sui teoremi di Gödel, sulle geometrie non euclidee e su quanto
può mettere in dubbio la “fede” matematica. Con Vijay
siamo all’inizio del Novecento e al momento della perdita della
certezza nella matematica, mentre con Ravi siamo negli anni Ottanta,
alla nostra matematica moderna, che ha accettato questa perdita della
certezza, ovvero ha accettato una “certa ambiguità”.
In sintesi possiamo dire che questo è un libro di matematica,
sulla sua filosofia, la sua bellezza e sul suo valore nella comprensione
che possiamo avere del mondo che ci circonda.
F.P.
Parte del libro pubblicato dalla Princeton
University Press, nel 2007, è in rete:
http://books.google.com/books/p/princeton?id=81q1oTTlP_
gC&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ViewAPI&hl=en
Pubblichiamo le pagine iniziali del libro,
sicuri che saranno apprezzate da chi ci segue.
Ieri ho ritrovato la calcolatrice che mio
nonno mi regalò per il mio dodicesimo compleanno. Era caduta
dietro la libreria, e l'ho vista per caso mentre riordinavo lo studio.
Erano anni che non ci pensavo più, ma quando l'ho presa
in mano mi è parsa un oggetto del tutto familiare. Mancava la
«I» della scritta «Texas Instruments», come
del resto era sempre stato dopo i suoi primi due giorni di vita; i tasti
facevano ancora un ctic di conferma quando venivano premuti; e una volta
messe delle batterie nuove, sul display sono apparsi i numerini verdi
scintillanti, più vivaci rispetto al grigio monotono delle calcolatrici
moderne. Mio nonno era convinto che questa calcolatrice avrebbe segnato
un cambiamento nella mia vita: una nuova direzione. E in effetti segnò
un cambiamento, anche se non quello che aveva in mente lui.
Senza pensarci, digitai il numero 342. Era lo stesso numero che avevo
battuto venticinque anni prima, quando la calcolatrice era nuova di
zecca.
«Vuoi vedere un po' di magia dei numeri?» mi aveva chiesto
il nonno vedendomi premere i tasti più o meno a casaccio. Ero
seduto nella sua stanza, completamente avvinto da quel regalo di compleanno,
benché non sapessi ancora bene cosa farmene. Posò il suo
quaderno, arrendendosi temporaneamente al problema matematico che
per tutta la mattina aveva resistito ai suoi assalti.
«Sì, Bauji!» avevo risposto entusiasta.
«Inserisci nella calcolatrice un numero di tre cifre a tua scelta
senza farmelo vedere». Fu allora che digitai per la prima volta
342, le stesse tre cifre che ho battuto adesso. «Bene. E adesso
inserisci un'altra volta lo stesso numero in modo da ottenere un numero
di sei cifre» disse poi il nonno. Digitai di nuovo 342: ora il
display riportava 342.342.
«Non so che numero tu abbia inserito, Ravi, però so che
è esattamente divisibile per 13».
Con «esattamente divisibile», intendeva dire che non c'era
resto. Per esempio, il9 è esattamente divisibile per 3 ma
non per 4.
L'affermazione di Bauji mi parve bizzarra. Come faceva a sapere
che quel numero, scelto a caso e a lui ignoto, era esattamente divisibile
per 13? Eppure era proprio così! Divisi 342.342 per 13 e ottenni
esattamente 26.334, senza resto.
«È vero» confermai, sbalordito.
Ma lui non aveva ancora finito. «E poi, Ravi, so un'altra cosa:
il risultato che hai ottenuto dividendo il numero per tredici, qualunque
esso sia, è ulteriormente divisibile per 11». Aveva ragione
anche questa volta. 26.334 diviso 11 dava 2394. Come faceva a funzionare?
«Ora prendi il numero che hai ricavato e dividilo per 7. Non solo
non otterrai alcun resto, ma sarai pure sorpreso dal risultato».
Aveva cominciato a passeggiare avanti e indietro per la stanza: capii
che era eccitato quanto me.
Divisi 2394 per 7 e ottenni 342! «Oooh! Ma è il numero
da cui sono partito! Com'è possibile, Bauji?»
Davanti al mio completo stupore, mio nonno si limitò a sorridere.
«Dovrai scoprirlo da te, Ravi» rispose mentre usciva a controllare
lo stato delle piantine di pomodoro, l'aggiunta più recente al
suo orto dietro casa. Apparentemente era l'unico che riuscisse a coltivare
pomodori nella torrida estate secca di Nuova Delhi.
Per prima cosa- verificai la divisione a mano. Secondo la mia ipotesi,
Bauji aveva manipolato in qualche modo la nuova calcolatrice. Ma
no, anche così ottenni lo stesso risultato. Decisi allora di
rifare l'operazione con altri numeri di tre cifre. Il trucco funzionava
sempre. Qualsiasi fosse il numero ripetuto due volte, riuscivo sempre
a dividerlo rispettivamente per 13, 11 e 7 senza resto, e ogni volta
tornavo al numero di partenza. Le ripetute verifiche mi convinsero nel
giro di pochi minuti che la proprietà valeva per ogni numero
di tre cifre. Cercai di fare la stessa cosa con numeri di quattro cifre,
ma il trucco non funzionava più. E non funzionava nemmeno
con numeri di due cifre. Cosa succedeva?
Provai a invertire l'ordine. Anziché dividere prima per 13, poi
per 11 e infine per 7, divisi il numero di sei cifre prima per 7, poi
per 11 e infine per 13. Non faceva alcuna differenza. Dopo averlo diviso
per ognuno di questi tre numeri, tornavo al mio numero di tre cifre
originario. Perché ciò accadeva?
Brancolavo nel buio, e nel frattempo si era fatta l'ora di cena. La
mamma mi aveva già chiamato due volte. Non sarebbe stato saggio
gridarle «Arrivo subito» per la terza volta, così
misi via il quaderno e mi diressi in cucina. Smisi di pensare al problema.
E poi, misteriosamente, proprio mentre mi chiedevo se la mamma mi avrebbe
dato il permesso di mangiare il gelato, mi venne un' idea, come sbucata
dal nulla. Ancora oggi, che ho più esperienza in questo
campo non mi capacito del momento in cui arriva un'intuizione,
quando di colpo tutto diventa chiaro: un'idea salta fuori dal nulla,
e al caos subentra la comprensione.
La prima volta che ebbi un' intuizione del genere fu appunto durante
quella cena, due giorni dopo il mio dodicesimo compleanno. L'idea
risolutiva era questa: mi resi conto che la divisione era l'operazione
inversa della moltiplicazione. Lo sapevo da tempo, ma non avevo mai
applicato quella nozione nel modo richiesto dal problema. Anziché
fare tre divisioni separate per 13, 11 e 7, perché non moltiplicarli
tra loro e poi dividere il numero scelto direttamente per il prodotto
così ottenuto? Questo procedimento avrebbe portato allo
stesso risultato? lo ero convinto di sì, e un esempio mi confermò
che avevo ragione. Divisi a mente il numero 24 prima per 2 e poi per
3. Ottenni come risultato 4. Poi divisi 24 per 6 (che è 2 x 3)
e ottenni 4 anche in questo caso. Dunque, se avessi diviso il numero
a sei cifre per 13 x 11 x 7, la cosa avrebbe dovuto funzionare. Scarabocchiai
altri esempi su un pezzo di scottex per esserne certo. La mia scoperta
pareva corretta.
La mamma si accorse che mi ero perso nei miei pensieri. «Ravi,
che ti succede? Perché non mangi?» Ma quasi non la sentii.
Dovevo assolutamente trovare il prodotto di 13 x 11 x 7; forse questo
mi avrebbe aiutato a capire come mai la magia di Bauji funzionava.
«Torno subito, mamma» dissi alzandomi rapidamente prima
che lei potesse reagire.
«Nossignore. Tu non ti alzi prima di aver finito di mangiare».
Sembrava fare sul serio.
Mio nonno, però, evidentemente aveva capito quello che mi frullava
per la testa.
«È tutto a posto, Anita. Lascialo andare». Dovette
essere convincente poiché vidi nello sguardo di mia madre
un riluttante permesso.
Corsi su per le scale due gradini alla volta e accesi la calcolatrice.
13 x 11 x 7 faceva. .. 1001.
Compresi che era un numero terribilmente significativo, pur non essendo
certo del motivo. Provai a dividere 342.342 per 1001: come mi aspettavo,
ottenni 342. Un momento, però: ciò implicava per forza
di cose che era vero anche l'inverso. Quindi, se avessi moltiplicato
342 per 1001 avrei ottenuto 342.342. Ma certo! 342 x (1001) = 342 x
(1000 + 1) = 342.000 + 342. Dunque, prendere un numero a tre cifre e
ripeterlo era come moltiplicarlo per 1001. Allo stesso modo potevi dividere
il numero di sei cifre per 1001 per ottenere il numero di tre cifre
originario. Quello che mi aveva confuso erano state le tre divisioni
successive per 13, 11 e 7. Ma dividendo per quei numeri, era come se
dividessi per 1001. Era semplicissimo! Come avevo fatto a non vederlo?
«Bauji! Bauji! Ho capito!»
Anche lui fece le scale a saltelloni, due gradini alla volta. «Dimmi
tutto» ansimò. Era senza fiato, ma neanche troppo: niente
male per un ottantacinquenne.
«Quando mi hai chiesto di ripetere il numero di tre cifre, in
realtà me l'hai fatto moltiplicare per 1001. E poi me l'hai fatto
dividere per 1001, in tre fasi successive. È ovvio che mi
sia ritrovato con lo stesso numero di partenza!»
Lui mi guardò e sorrise. «Ottimo lavoro» approvò
scompigliandomi i capelli: il suo tipico gesto d'affetto. «Domani
ti daròun altro problema su cui riflettere». Quando ribattei
che volevo subito un altro problema, si mise a ridere. «A quanto
pare, sarai il prossimo matematico di famiglia. Potremmo mandarti all'Istituto
di studi avanzati! Magari potremmo pure lavorare insieme a qualche ricerca».
Seduto sul suo grembo, circondato dai suoi libri e dalle sue carte,
non riuscivo a immaginare un destino migliore per me.
Un articolo di Hartosh Singh Bal
Terror Returns To Jhabua
By Hartosh Singh Bal
Nightmares are revisiting Jhabua. And police don’t seem to be
bothered. As many as 12 Christians have been arrested for violence while
the Vishwa Hindu Parishad men who led the mobs that terrorised the converted
tribals and the Sadhvi from Gujarat who provoked their action still
roam free.
The facts so far: On January 13, a 9-year-old was found raped and murdered
on the premises of the Catholic Mission School. The next day, a mob
led by VHP district chief Khum Singh entered the school premises and
attacked the priests. The police then took several of the priests and
kept them at a police station for days for their ‘‘safety.’’
Later, a Hindu was arrested for the rape but no action has been taken
against those in the mob.
But worse was in store. Three days later, on January 16, a few sadhvis
from Gujarat led by Krishna Behn, disciples of Asaram Bapu, went to
the village of Amjut, 60 km from Jhabua. After a discourse against conversions,
Krishna Behn led a procession to the premises of the CNI mission.
The mission has celebrated its centenary. The church was built in 1914,
and most of the villagers in this predominantly Christian village are
second- or third-generation Bhil converts.
The sadhvis were accompanied by a policeman who stood outside as they
entered the campus, raised slogans against Christians, distributed inflammatory
material, went into classrooms where examinations were being conducted
and tore down posters of Jesus, people who were part of the procession
told The Indian Express.
Pramod Gladwin, home on leave from Indore, was present on the campus
when the sadhvis entered the mission. ‘‘The Standard 8 students
were taking their pre-board exams when the sadhvis entered the campus.
They were shouting slogans Padriyon ko bhagao, Isai dharam chodo. They
then went into the classrooms, tearing down posters and villifying the
students.’’
Rajesh Sursi, a Class VII student, says: ‘‘They entered
the class and asked us why not even one of us had a tilak on our forehead
and wanted to know if we were Christians. I raised my hand. She told
me, ‘Why don’t you go to America?’.’’
By the end of this performance by the sadhvis, testified to even by
the Hindus, the entire village had gathered at the spot. They pelted
those in the procession with stones, forcing the sadhvis to flee. When
news of this reached the nearby town of Alirajpur, several vehicles
carrying armed men led by Alirajpur MLA Nagar Singh rushed to the village
in the afternoon. But the Bhil converts were ready for them. One of
the vehicles was ambushed outside the village of Punniawat, 3 km from
Amjut. The vehicle bearing Gujarat numberplate burst into flames, several
of the men inside were injured and one of them died. They were all outsiders,
none of them hailing from any of the villages around Amjut. In fact,
even Sewa Bharti men such as sarpanch Har Singh say: ‘‘We
have no problems with the church. There has been no trouble here ever.
And the church has always been here as far back as anyone can remember.’’
When news of the incident reached Alirajpur, according to DIG R.S. Meena,
a mob comprising mainly of ‘‘Sewa Bharti, VHP and BJP men’’
attacked churches and Christian homes in the town.
The CNI church campus is only a 100 yards from the police station. The
station in-charge stood and watched as the Sangh men attacked the church,
entered the houses of Christians. ‘‘I was alone at home
with my mother and my children when they forced their way in after setting
the Qualis outside on fire. I sent my mother to one of the inside rooms
along with the children. They hit me on the head with a lathi repeatedly
and set the house on fire,’’ says Shobna Onkar. That night,
at an extraordinary midnight conference, addressed by Chief Minister
Uma Bharti and DGP S K Das, it was stated that the sadhvis had only
raised slogans standing outside the campus.
It was also made out that when they were attacked, the mob reassembled
and was was fired upon from the church. IGP P L Pandey today admitted
that none of this was true. Bharti promised tough administrative action.
But action has yet to reach the VHP activists. The 12 persons arrested
so far include the head of the mission Theophile Stephen, two of the
female teachers, and a priest. All of them were at least 3 km away from
the scene where the jeep was attacked. Pandey says they have been booked
for being part of the mob that pelted stones at the sadhvis.
A case of trespass has been registered against unknown persons even
though Bharti and the DGP both named the sadhvi, Krishna Behn. Police
are still looking for perpetrators of the Alirajpur violence.
Indian Express Newspapers,
Bombay, 21 January, 2004
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