C’era
un teorema che da più di trecento anni tormentava i matematici
e che nessuno era mai riuscito a dimostrare. Più che un teorema
era quindi una congettura. Molto semplice da enunciare quanto difficile
da dimostrare. Vediamola.
Tutti gli studenti conoscono il teorema di Pitagora e le terne di numeri,
chiamate pitagoriche, tali che due di questi numeri, elevati al quadrato,
danno come risultato il terzo numero al quadrato. Queste terne sono infinite.
Un esempio: 32 + 42 = 52. Nessuno invece
è mai riuscito a trovare tre numeri tali che la somma dei primi
due al cubo, oppure elevati a una potenza superiore, sia uguale a un terzo
numero elevato alla stessa potenza.
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| Pierre de Fermat, 1601 - 1665 |
Molti matematici ritenevano, già
nel passato, che il problema non avesse soluzione, ma nessuno era mai
riuscito a dimostrarlo. Questo è il teorema di Fermat, dal nome
del grande matematico francese che nel 1637, sul margine di una pagina
di uno dei suoi libri preferiti, l’Arithmetica di Diofanto,
annotava:
Cubem autem in duos cubos, aut quadratoquadratum in duos quadratoquadratum,
et generaliter nullam in infinitum ultra quadratum potestatem in duos
ejusdem nominis fas est dividere: cuius rei demonstrationem mirabilem
sane detexi. Hanc marginis exiguitas non caperet.
Una “mirabile” dimostrazione che diventò il sacro
Graal dei matematici, impegnati invano nella sua ricerca.
Purtroppo non si è mai trovato traccia di tale dimostrazione
fra le carte di Fermat e molti matematici tentarono invano per più
di tre secoli di riscoprirla, anche materialmente, come Eulero, che
fece perquisire da cima a fondo la casa di Fermat, senza risultato.
Almeno in parte però il teorema incominciò a cedere. Nell’Ottocento
si arrivò a risolvere tutti i casi delle potenze inferiori alla
centesima e in questo secolo, grazie al computer si arrivò, negli
anni ottanta, a dimostrare i casi per tutti i valori fino a 4 milioni.
Ma quella che non si riusciva a trovare era la dimostrazione generale
del teorema della cui esistenza molti incominciarono perfino a dubitare,
ritenendo che Fermat avesse voluto prendere in giro i suoi illustri
colleghi, con una dimostrazione che in realtà forse neppure esisteva,
oppure, cosa più probabile che si fosse illuso di averla trovata
e poi, scoperto un errore, che avesse preferito farla scomparire.
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Anche il diavolo
s’è rotto le corna sul Teorema di Fermat. In un racconto
di Arthur Poges, c’è la sfida tra Simon Flagg, il protagonista
e il diavolo. Flagg può porre una sola domanda. Se il diavolo
trova la risposta entro ventiquattro ore, si prende la sua anima,
altrimenti gli regala centomila dollari. La domanda è la
seguente: “L’Ultimo Teorema di Fermat è corretto?”.
Per un giorno intero, il diavolo cerca la risposta in ogni angolo
dell’Universo, poi deve ammettere la sua sconfitta: “Hai
vinto - disse il diavolo, quasi in un bisbiglio - Neppure io posso
imparare abbastanza matematica in un tempo così breve per
risolvere un problema tanto difficile. Più mi sono sprofondato
nella questione e più difficile è diventata. Sai che
neppure i migliori matematici degli altri pianeti, che sono tutti
molto più progrediti del vostro, l’hanno risolto?”. |
Albrecht Dürer,
Knight, Death and
the Devil 1513, particolare |
Solo nel 1995, grazie ai fondamentali progressi
nella teoria dei numeri, un timido professore inglese, Andrew Wiles,
docente della Princeton University, ha trovato la soluzione. Non è
stata un’impresa facile. Per otto lunghi anni Wiles non ha praticamente
pensato ad altro. “Pensavo soltanto a questo problema –
confessa a Simon Singh, nel libro che racconta la sua avventura, L’ultimo
teorema di Fermat, Rizzoli - era il mio primo pensiero quando mi
svegliavo al mattino, l’unico pensiero della mia giornata e l’ultimo
prima di addormentarmi. Soltanto mia moglie era al corrente del mio
lavoro su Fermat. Glielo dissi in luna di miele, pochi giorni dopo il
nostro matrimonio, e allora non poteva sicuramente immaginare che per
tanti anni sarebbe stata la nostra spina nel fianco”. Una dimostrazione
di duecento pagine, che è un capolavoro della matematica moderna.
L’importanza di questa dimostrazione va ben oltre la risoluzione
di un grande problema classico, ha infatti conseguenze incommensurabili
per molti altri teoremi direttamente collegati ai diversi problemi che
Wiles ha dovuto affrontare per arrivare alla soluzione dell’Ultimo
Teorema di Fermat. “Dal punto di vista matematico la dimostrazione
di Wiles - ha dichiarato John Coates, un suo collega - è l’equivalente
della fissione dell’atomo o della scoperta della struttura del
DNA”.
E ora Wiles si gode il successo, è
diventato il più celebre e sicuramente uno dei più grandi
matematici viventi. Lo abbiamo incontrato a Crotone, la città
di Pitagora, il grande matematico greco che qui visse per molti anni
con la sua scuola. Crotone ha istituito il “Premio Internazionale
PITAGORA di Matematica” e per primo ha voluto premiare proprio
Andrew Wiles.
Cosa ha provato, professor Wiles,
quando ha capito di aver risolto il teorema?
“Prima di tutto una grande eccitazione, alla quale però
subito dopo è subentrata una certa malinconia. Ho dovuto abbandonare
il teorema che aveva accompagnato per tanto tempo la mia vita e che
mi ero abituato a considerare soltanto mio. L’abbandono del teorema,
la sua pubblicazione, lo confesso, mi ha rattristato”.
Lei ritiene che Fermat avesse dimostrato veramente il teorema?
“No, non lo credo. Può averlo intuito attraverso molti
esempi, pensando di poter arrivare alla dimostrazione, ma non credo
proprio che ci sia arrivato.
Mi consenta una battuta: io sono stato più fortunato di Fermat:
lui aveva soltanto il margine di un libro a disposizione, io ho avuto
duecento pagine…”
Quante sono le persone, secondo
lei, che possono aver letto e capito la sua dimostrazione?
“Non lo so. Ma penso che siano soltanto poche centinaia di matematici,
quelli specializzati in questo settore, la teoria dei numeri. Non è
poi un teorema così difficile, ma è necessario dedicarvi
qualche mese di studio intenso. Ci sono anche alcuni dei miei studenti,
ai quali l’ho spiegato e lo hanno capito”.
Il nuovo metodo di indagine da lei proposto, può essere
utile per risolvere altri teoremi?
“Credo proprio di sì, in particolare ovviamente, i problemi
ancora irrisolti della teoria dei numeri, come la congettura di Riemann”.
Professor Wiles, un nome, ma soltanto uno: chi è il più
bravo matematico vivente?
Wiles mi guarda perplesso, un po’ a disagio e sconcertato da una
domanda “ingenua” che non si aspettava. Mi guarda perplesso,
in silenzio per alcuni lunghi minuti (sono famosi questi suoi silenzi
durante le interviste). Spera che abbandoni la domanda, ma insisto.
Se non mi risponde, posso pensare e a ragione, che sia lei…
“No, assolutamente. Penso che oggi non esista più un matematico
eccellente che sia in grado di abbracciare tutto il campo, sempre più
complesso, della matematica (o meglio delle matematiche). Non siamo
più al tempo di Newton, Gauss o Archimede. Forse l’ultimo
grande matematico, come lei intende, è stato Hilbert. Oggi ci
sono molti matematici che eccellono nel loro settore, ma nessuno è
più in grado di eccellere in tutti i settori”.
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| Certe formulette inutili, non portano
sicuramente gli studenti ad amare la matematica. |
Professor Wiles, se le chiedo,
così a bruciapelo, la formula di risoluzione dei radicali doppi,
una delle tante formule che tormentano gli studenti delle superiori,
lei la ricorda?
“Confesso di no. Ma non credo che sia questa la matematica da
insegnare ai giovani. E’ necessario invece avviarli al ragionamento,
portarli a risolvere problemi che li coinvolgano direttamente. Sì,
questa è la strada: risolvere problemi. Per imparare la matematica
non è sufficiente quanto si impara in classe. Bisogna leggere
i libri dei matematici”.
Quali, ad esempio?
“A livello delle superiori, per uno studente di quindici, sedici
anni, i primi titoli che mi vengono in mente sono due:
Harold Davenport, Aritmetica superiore, [pubblicato in Italia
da Zanichelli] Hardy e Wright, An Introduction to the Theory of
Numbers, [Oxford University Press, non esiste la traduzione italiana]”.
C’è un terzo libro al quale immagino che sia affezionato,
il libro di Eric Bell, dal quale mi sembra sia nato il suo amore per
il teorema di Fermat.
“E’ vero. Il libro di Bell [I grandi matematici,
Sansoni] lo lessi quando avevo dieci anni. Presentava il Teorema di
Fermat in modo così semplice che anch’io, pur essendo ancora
un bambino. riuscivo a capirlo e mi resi conto che, da quel momento,
non l’avrei mai più dimenticato. La sua risoluzione divenne
il mio primo impegno”.
Avremmo ancora molte cose da chiedergli,
ma Wiles ormai è distratto dalla spiaggia di Crotone, dove ci
troviamo, dalla famosa sabbia rossa, e incomincia a lanciare sassi sul
mare di Pitagora. Ne nasce una gara a chi fra noi due riesce a fare
più salti con i sassi lanciati a pelo d’acqua.
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| Andrew Wiles, con Alessandro Cecchi
Paone che ha animato la premiazione. |
Lo rivedremo più tardi in teatro
dove abbiamo ritirato anche noi il Premio Pitagora per la divulgazione
scientifica. Un premio ancora più prezioso perché condiviso
con il grande Wiles.
In un teatro gremito di pubblico, Wiles viene accolto, tutti in piedi,
da un lungo applauso. Mai un matematico, dal tempo di Pitagora, aveva
ricevuto un tale tributo e Wiles ne è visibilmente commosso.
Federico Peiretti
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