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Parte prima
L’infinito nella storia.
Nel mondo antico, popoli come i Babilonesi o gli Egizi non presero in
esame l’infinito, non perché non avessero le facoltà
intellettuali necessarie, ma per il semplice motivo che nei loro problemi
pratici, l’infinito né compariva, né destava interesse.
Fu nell’antica Grecia, ma anche molto più lontano, addirittura
in Cina, che grandi matematici e filosofi presero in esame l’infinito,
sottoponendosi a problemi su quantità infinite e dovendo, quindi,
astrarre il proprio pensiero. Tuttavia, si dovette aspettare l’età
moderna, perché il concetto d’infinito fosse affrontato
con più serietà e dignità. Ma è interessante
notare come non si è mai trattato quest’argomento sotto
il solo profilo matematico, ma ogni nuovo concetto d’infinito
ha avuto i suoi risvolti metafisici e teologici ed ha rispecchiato il
modo in cui l’uomo di ogni epoca pensava a se stesso.

M. C. Escher,
Mano con sfera riflettente
L’infinito in epoca
antica.
Nella Grecia antica il
concetto d’infinito fu elaborato dalla filosofia con numerose
valenze negative, poiché i Greci ritenevano di poter conoscere
solo ciò che fosse determinato e finito. Pertanto, l’infinito
non era conoscibile. Con l’espressione «horror infiniti»,
ovvero «paura per l’infinito», si definì proprio
questo rifiuto da parte degli antichi di considerare un infinito attuale,
cioè concreto e visibile.
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| Aristotele |
Aristotele, filosofo vissuto
nel IV sec. a.C. , affermava: « …il numero è
infinito in potenza, ma non in atto. […] questo nostro discorso
non intende sopprimere per nulla le ricerche dei matematici per il fatto
che esso esclude che l’infinito per accrescimento sia tale da
poter essere percorso in atto. In realtà, essi stessi, allo stato
presente, non sentono il bisogno di infinito, ma di una quantità
più grande quanto essi vogliono, ma pur sempre finita […]
».
Da quanto disse Aristotele, l’unica idea accettata nell’antichità
era l’infinito potenziale, inteso come divenire: un numero
o una qualsiasi altra quantità, è potenzialmente in grado
di tendere all’infinito, aumentandola ogni volta di poco, ma ogni
volta risulta un’entità finita. Questo è chiamato
processo di eccetterazione. È l’esempio dei numeri naturali:
aggiungendo ogni volta un’unità ad un numero, si otterranno
ogni volta quantità finite, ma che sembrano potenzialmente in
grado di tendere all’infinito.
La concezione d’infinito potenziale, però, entrò
facilmente in crisi, dando origine a problemi insormontabili e persino
a paradossi.
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| Il celebre teorema attribuito
a Pitagora: la somma dei quadrati costruiti sui due cateti a e b
è equivalente al quadrato costruito sull’ipotenusa
c. |
Tornando indietro nel tempo di due secoli,
incontriamo il primo Greco che forse ebbe a che fare con l’infinito:
Pitagora di Samo, filosofo e matematico del VI sec.
a.C. Egli fondò una scuola, detta appunto Pitagorica, presso
la colonia greca di Kroton, l’odierna Crotone. Ispirato dalle
discipline orientali, specie l’orfismo, Pitagora diede origine
ad una sua filosofia e ad una vera e propria religione. Nella sua visione
del mondo, tutti gli oggetti erano costituiti da un numero finito di
monadi, minuscole particelle, simili agli atomi, che costituivano il
sottomultiplo comune a tutti i segmenti. Perciò, due grandezze
potevano essere espresse con un numero intero ed erano tra loro commensurabili,
ammettevano cioè un comune denominatore, esattamente come 36
e 777 hanno 3 come divisore comune. Pitagora formulò inoltre
una nuova disciplina attorno ai numeri interi, attribuendo loro valore
divino. Secondo lui, il divino risiedeva nella completezza, nel finito.
Ma il pensiero pitagorico fu messo in crisi dalla scoperta di grandezze
incommensurabili, ovvero che non ammettono denominatori comuni con altre
grandezze e questo fu il primo approccio, non molto gradito, con una
forma di infinito attuale.
Tutto partì dal celeberrimo teorema di Pitagora sul triangolo
rettangolo: il quadrato costruito sull’ipotenusa è equivalente
alla somma dei quadrati costruiti sui due cateti. Se applichiamo questo
teorema su un triangolo rettangolo isoscele, che risulta essere metà
di un quadrato, notiamo che il rapporto tra ipotenusa ed un cateto,
così come tra lato e diagonale di un quadrato, è radice
di 2. Questo numero è decimale, ma irrazionale, significa cioè
che per determinare le sue cifre dopo la virgola, che sono del tutto
casuali, bisognerà andare avanti nell’infinitamente piccolo:
1,414213562…
Questa scoperta non solo mise in crisi il
Pitagorismo, tanto che fu proibito ai membri della setta di rivelarla,
ma toccò profondamente il pensiero greco, poiché radice
di 2, rappresentabile con un segmento geometrico, diventava un infinito
concreto, non più potenziale. Ma tanti altri furono i casi in
cui il pensiero greco trovò difficoltà a ricercare una
qualche soluzione.
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| Zenone |
Attorno al 500 a.C. Zenone di Elea
fu artefice di uno dei paradossi più famosi sull’infinito
potenziale, in particolare, per dimostrare l’impossibilità
del moto, ovvero il celeberrimo paradosso di Achille e la tartaruga.
Segue una delle tante versioni di questo paradosso:
Supponiamo che Achille sia due volte più veloce della tartaruga
e che entrambi gareggino su un percorso di un metro. Supponiamo inoltre
che Achille dia mezzo metro di vantaggio alla tartaruga.
Quando Achille avrà percorso mezzo metro, la tartaruga si troverà
un quarto di metro più avanti; quando Achille avrà percorso
un quarto di metro, la tartaruga un ottavo a così via all’infinito:
Achille non raggiungerà mai paradossalmente la tartaruga. Il
problema sembra facilmente risolvibile, poiché Achille mantenendo
una velocità costante sarebbe comunque arrivato in un tempo determinato
non solo alla fine del percorso, ma anche alla tartaruga. Zenone, tuttavia,
lasciò irrisolto il paradosso e, in effetti, seguendo il suo
ragionamento sembrerebbe che non ci sia alternativa.
Ma da questo paradosso sono stati dedotti diversi concetti importanti:
innanzi tutto, che la somma di infinite quantità infinitesime
può risultare finita. Compare, infatti, per la prima volta l’idea
di limite, cioè quel numero a cui una serie numeri tende, cioè
si avvicina sempre di più, senza mai raggiungerlo. Il percorso
di Achille è costituito da infiniti tratti, ma fermiamoci ai
primi cinque e sommiamoli mano a mano:
1/2 + 1/4 = 3/4
3/4 + 1/8 = 7/ 8
7/8 + 1/16 = 17/16
17/16 + 1/32 = 31/32
…
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| È l’eroe epico
Achille il protagonista del famoso paradosso di Zenone. |
È facile osservare come questa successione
tenda ad 1 e sia praticamente uguale ad 1, cioè come si avvicini
sempre di più ad 1 senza mai raggiungerlo ( 3/4; 7/8; 17/16;
31/32; …). Il concetto di limite fu dedotto completamente solo
nell’Ottocento e costituisce uno dei punti più curiosi
dell’infinito. Compare inoltre il discorso degli infinitesimali,
cioè quell’infinito che anziché svilupparsi nel
grande, si sviluppa nel piccolo, così come succede per le cifre
decimali della radice di 2 e di altri numeri: i tratti del percorso
di Achille, infatti, si rimpiccioliscono sempre di più, all’infinito.
E qui si ricollegherà il problema del continuo, ma solo molti
secoli più tardi.
Vediamo, intanto, altri due casi matematici, connessi tra loro, in cui
l’infinito ebbe la sua parte: la rettificazione della circonferenza
di un cerchio e la determinazione del valore di p,
cioè del rapporto tra circonferenza e diametro. La misura della
lunghezza della circonferenza appassionò molti studiosi antichi
e tra questi ci fu Archimede di Siracusa, vissuto nel
III sec. a.C. Archimede pensò di considerare innanzitutto un
cerchio e di circoscrivere ed inscrivere ad esso poligoni regolari dello
stesso numero di lati ( metodo di esaustione ). Dopodiché, ripeté
più volte lo stesso procedimento, aumentando ogni volta il numero
dei lati dei poligoni. Così facendo, ad ogni passo aveva dei
poligoni che tendevano a coincidere sempre di più al cerchio.
Facendo poi ogni volta la media tra i perimetri del poligono iscritto
e di quello circoscritto, si approssimava la lunghezza della circonferenza:
più si aumentava il numero di lati, più ci si avvicinava
alla misura reale della circonferenza. Dividendo poi la circonferenza
approssimata con la diagonale conosciuta ci si avvicinava sempre di
più al valore di p. A questo punto
nasceva un quesito: era possibile che alla fine di questo procedimento
algoritmico si arrivasse ad un poligono con sufficienti lati tali da
poter essere considerati archi infinitesimali della circonferenza stessa?
Il filosofo Antifonte sosteneva di sì, considerava perciò
la circonferenza un poligono con un numero infinito di lati. Aristotele
contraddisse le sue affermazioni dal momento che Antifonte vedeva la
circonferenza come un infinito attuale, non potenziale. Invece, Aristotele
affermò che l’insieme dei poligoni iscritti ( e circoscritti
) nella circonferenza è un insieme illimitato nel senso che per
ogni poligono, con un numero anche elevato di lati, ne esisterà
un altro con un numero di lati ancora più alto, che non potrà
comunque coincidere con a circonferenza, perché ne esisterà
ancora un altro maggiore. Si ripropone di nuovo, dunque, il concetto
di infinito come processo di eccetterazione e quindi come infinito potenziale.
Per quanto riguarda p, si ebbe a che fare
con un numero del genere di radice di 2, un numero irrazionale, i cui
decimali proseguono nell’infinitamente piccolo.

Archimede
Sempre nel III sec.
a.C. si assistette alla nascita di nuovi paradossi sull’infinito
partendo da alcune affermazioni del matematico Euclide.
Nella sua opera intitolata Elementi elencò le cosiddette regole
di deduzione logica, ovvero alcune nozioni ritenute intuitive ed evidenti.
Tre queste:
1. le cose uguali ad una stessa cosa
sono uguali tra loro
2. se a cose uguali si aggiungono cose uguali si ottengono risultati
uguali
3. se a cose uguali si tolgono cose uguali si ottengono resti uguali
4. cose che coincidono l’una all’altra sono uguali l’una
all’altra
5. l’intero è maggiore della parte.
Quest’ultima nozione fu il punto di
partenza di numerosi paradossi, detti dell’equinumerosità.
Chiamiamo equinumerosi due insiemi che possono stabilire una corrispondenza
tale che ad ogni elemento del primo insieme si possa collegare un solo
elemento del secondo e viceversa, viene quindi creata una corrispondenza
biunivoca.
Se l’insieme è finito non può essere messo in corrispondenza
biunivoca con una sua parte e quindi la quinta nozione di Euclide risulta
vera, ma non è così se l’insieme è infinito.
Infatti, potremmo porci il seguente quesito: se consideriamo tutti i
numeri naturali e da essi estraiamo solo quelli pari, otteniamo da questi
la metà dell’intero insieme? I pari sono di numero minore
o uguale rispetto all’insieme dei numeri naturali? Basta provare
se ci sia una corrispondenza biunivoca:
| Numeri naturali |
1 |
2 |
3 |
4 |
5 |
6 |
7 |
8 |
9 |
... |
| Numeri pari |
2 |
4 |
6 |
8 |
10 |
12 |
14 |
16 |
18 |
... |
Si potrebbe andare avanti quanto si vuole
e si troverebbe sempre una corrispondenza tra i due insiemi. Quindi,
un insieme infinito è uguale ad una sua parte. Nel Seicento verrà
ripresa questa idea dallo scienziato Galilei.

Euclide di Elea ( a sinistra ) nella
Scuola di Atene di Raffaello Sanzio, conservata nei Musei Vaticani.
L’infinito fu discusso da altri
filosofi greci. Ecco le loro opinioni a riguardo:
Anassimandro ( VI sec.
a.C. ) fu il primo ad introdurre, secondo la tradizione, il termine
archè, ossia “principio”, che identificò
con l’apeiron, cioè con una sorta di infinito/indefinito
da cui scaturiscono tutte le cose. Il processo di derivazione dall’apeiron
consiste in una separazione dei contrari ( caldo/freddo; umido/secco;
… ) che Anassimandro chiamò “ingiustizia”,
poiché ogni nascita equivale ad una colpevole separazione dalla
sostanza originaria e richiede l’espiazione della morte, per ricongiungersi
con essa. L’apeiron è ritenuto elemento divino, in quanto
forza immortale ed indistruttibile, che abbraccia e regge l’universo.
Anassagora ( V sec. a.C.
) scrisse un’opera intitolata Sulla natura, in cui sostenne
che nulla si genera dal non-essere, ma che tutto viene dal tutto. Secondo
lui, in origine tutto era mescolato insieme e la nascita delle cose
avviene per separazione da altre cose. Esiste poi un infinito numero
di principi detti semi aventi “forme, colori e gusti d’ogni
genere”. Questa concezione ammette che in ogni cosa sono comprese
tutte le qualità ( “tutto è in tutto” ) allo
scopo di spiegare in maniera non contraddittoria il divenire, e in particolare
il nascere e il morire, come sviluppo delle stesse qualità legate
agli esseri e non cose creazione e annullamento di nuove qualità.
Democrito di Abdera ( V
sec. a.C. ) suppose che l’universo fosse infinito ed immutabile
poiché non era opera di nessun artefice.
Gli Stoici, la cui scuola
filosofica fu fondata ad Atene nel IV sec. a.C. , sostenevano che l’universo
continuasse a formarsi e a distruggersi più volte. In ogni nuovo
cosmo, gli astri sono disposti nella stessa posizione e sulle stesse
orbite del periodo precedente, ci sono gli stessi uomini di prima, le
stesse città, gli stessi territori. Questo continuo rinnovamento
delle cose nella stessa forma avviene all’infinito.
Plotino ( III sec. d.C.
) fu il fondatore del neoplatonismo. Rifondò in modo sistematico
la metafisica dell’Uno. Ogni cosa deve avere un’unità,
per poter esistere, se ne viene privata, muore. Egli credeva nell’esistenza
di un essere superiore divino, definito l’Uno supremo, forza generatrice,
che emana diversi livelli di realtà e l’uomo ne percepisce
solo l’ultimo. Plotino parla dell’Uno, nell’opera
Enneadi, con queste parole: « La sua infinitezza dipende dal
fatto che Egli non è “più di uno” e che non
c’è nulla che possa qualcuna delle cose che sono in Lui;
proprio perché è Uno, Egli non è misurabile né
numerabile. Egli non trova un limite, né in altri, né
in se stesso, poiché se così fosse, sarebbe dualità.
Non ha dunque figura, in quanto non ha parti né forma. »
Partenone dell’Acropoli d’Atene,
città che era il più importante centro della filosofia
antica.
Ma l’infinito non fu studiato
solamente in Grecia. Molto più lontano, nella Cina antica,
diversi filosofi e scienziati arrivarono all’incirca alle stesse
conclusioni non solo sull’infinito, ma anche in numerosi argomenti
matematici e astronomici. Essi calcolarono approssimativamente p,
l’area del cerchio e i volumi della sfera e della piramide, più
o meno seguendo gli stessi ragionamenti dei Greci. Non si sa se tutto
ciò fu frutto dei Cinesi o ci fu un’influenza ellenistica,
tramite la Via della seta.
Alla fine del IV sec. a.C. Hui Shi,
primo ministro del re Hui di Wei, retore e autore di un codice giuridico
oggi andato perduto, illustrò l’infinità divisibilità
di un segmento di retta per dicotomia:
« Resterà sempre qualcosa di un bastone di un piede
[ di lunghezza ] da cui si toglie ogni giorno la metà, anche
in capo a diecimila generazioni ». Il suo ragionamento è
simile a quello di Zenone nel suo paradosso di Achille e la tartaruga.
Per di più, Hui Shi affermava che era insieme possibile ed impossibile
sommare gli infinitesimi:
« Ciò che non ha dimensione non può essere sommato,
ma finisce tuttavia per arrivare ad un migliaio di li [unità
di misura cinese ] ». Questa affermazione risulta priva di
senso, per quanto i sinologi abbiano cercato di trovarne un contesto:
forse una discussione fra atomisti e non atomisti sull’infinita
divisibilità di un segmento, oppure un dibattito tra geometri
sulla dimensione del punto e sullo spesso del piano, o una ancora una
dimostrazione dei limite del linguaggio tramite fresi assurde.
Alla fine del III sec. a.C. , al tempo della
dinastia Han, il matematico Liu Hui notò in
un suo testo che la radice quadrata di certi numeri non può essere
calcolata in maniera esatta e spiegò che l’operazione a
volte prosegue all’infinito. Egli capì intuitivamente lo
sviluppo decimale illimitato. Si occupò anche dell’area
del cerchio e del valore di p, attraverso
un metodo molto simile a quello usato da Archimede, iscrivendo un cerchio
fra due successioni illimitate di poligoni e di ruote dentate e aumentando
ogni volta i lati dei poligoni. Anch’egli arrivò a dire
che a lungo andare « il poligono si sarebbe confuso con il
cerchio ».
Troviamo durante la dinastia degli Han posteriori
( I sec. d.C. ) che un astronomo di nome Qi Meng postulò
che l’universo fosse illimitato nel tempo e nello spazio. Tuttavia,
i Cinesi non si occuparono molto di cosmologia, ma soprattutto di astronomia
per determinare la data delle congiunzioni tra Sole, Luna e pianeti,
che fu il punto di partenza per la formazione del calendario.

Muraglia cinese, simbolo della Cina.
La sua costruzione iniziò nel 221 a.C.
L’infinito in epoca moderna.
Finita l’epoca buia del Medioevo,
si distinsero diverse personalità che contribuirono ad arrivare
alla concezione moderna d’infinito.
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| Galileo Galilei |
Nel Seicento, il fiorentino Galileo
Galilei (1564-1642) considerato il fondatore della scienza
moderna, fu uno dei primi scienziati a mettere in discussione il concetto
d’infinito elaborato dalla filosofia greca. Egli affermò
la possibilità di dividere un continuo limitato (come un segmento)
in infiniti elementi primi, senza estensione ed indivisibili. Poiché
un segmento può essere diviso in tante parti ancora divisibili,
si deve necessariamente ammettere che esso sia composto da infinite
parti. Ma se queste parti sono infinite devono essere prive di estensione,
poiché infinite parti estese hanno un’estensione infinita,
mentre il segmento ha un’estensione limitata. Il segmento diventa
quindi una manifestazione dell’infinito in atto. Anche
la circonferenza è un esempio di infinito attuale: la possiamo,
infatti, intendere come un poligono regolare di infiniti lati.
Ammettendo l’esistenza dell’infinito attuale, Galilei andò,
però, incontro a diversi paradossi che non riuscì a risolvere.
Eccone alcuni:
Il paradosso dei quadrati. I numeri quadrati sono solo
una parte dei numeri naturali. È, però, possibile stabilire
una corrispondenza biunivoca tra l’insieme dei numeri naturali
e quello dei quadrati.
| Numeri naturali |
1 |
2 |
3 |
4 |
5 |
6 |
7 |
8 |
9 |
... |
| Numeri quadrati |
1 |
4 |
9 |
16 |
25 |
36 |
49 |
64 |
81 |
... |
Sono, perciò, due insiemi equinumerosi.
Il paradosso della ruota.
Due ruote concentriche, tali che la più grande rotoli sopra una
retta, toccano con i loro punti due segmenti di uguale lunghezza AB.

Facendo fare un giro completo alla circonferenza
più grande fino a D, la più piccola arriverà a
B. Ma CD = AB. Come può ora il cerchio minore compiere un solo
giro « senza salti » su una linea più lunga della
sua circonferenza? Anche in questo caso c’è bisogno di
stabilire una corrispondenza biunivoca tra la circonferenza grande e
quella piccola ( e quindi tra un segmento ed una sua parte). Basterà
proiettare dal centro in comune i punti della circonferenza minore su
quella maggiore. Il paradosso, dunque, sta nella possibilità
di stabilire una corrispondenza biunivoca tra un segmento continuo e
una sua parte.
Galileo, non riuscendo a risolvere i suoi paradossi, arrivò a
negare, come matematico, la possibilità d’indagare l’infinito,
poiché, secondo lui, una mente limitata come quella dell’uomo
non era capace di studiare quantità infinite.
Tuttavia, non si arrestarono qui gli approcci con quantità infinite.
Proprio dal Seicento si sviluppò il cosiddetto calcolo infinitesimale,
che riguardava, cioè, l’infinitamente piccolo. La svolta
operata dagli innovatori doveva basarsi proprio sull’abbandono
delle riserve tradizionali nei confronti del ricorso all’infinito.
Il primo a compiere un passo decisivo in questa direzione fu Johannes
Kepler ( 1571-1630 ) che concluse la sua famosa Nova stereometria
doliorum ( Nuova misura del volume delle botti ) del 1615, in cui
sviluppò le sue considerazioni di tipo infinitesimale per giustificare
un criterio empirico usato dai bottai austriaci, con un Supplementum
ad Archimedem ( Supplemento ad Archimede ), dove i volumi di alcuni
complicati solidi vengono calcolati mediante la suddivisione di essi
in un numero ( tendente all’infinito ) di corpiccioli piccolissimi
( al limite infinitesimi ).
Un secondo importante passo è compiuto da Bonaventura
Cavalieri (1598-1647 ) che introdusse il famoso metodo degli
indivisibili, basato sulla concezione delle linee come insiemi infiniti
di punti e, analogamente, delle regioni piane come insieme di linee
e dei solidi come insieme di superfici. Egli era convinto che questo
metodo, se bene applicato, non potesse condurre ad errori, ma i fedeli
di Archimede sollevano contro di esso numerose obiezioni. Il più
autorevole di tali fedeli fu il gesuita Paolo Guldino, il quale obiettò
che il continuo è senza dubbio divisibile all’infinito,
ma non consta di infinite parti in atto, bensì soltanto in potenza,
le quali non possono essere mai esaurite. Emerge qui la distinzione
( risalente ad Aristotele ) fra infinito in atto ed infinito in potenza,
che avrebbe costituito uno dei temi centrali dei dibattiti intorno al
nuovo calcolo.
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| Il teorema di Torricelli. |
Sulla linea di Cavalieri, invece, troviamo
Evangelista Torricelli ( 1605-1647 ), fisico e matematico,
il primo a misurare la pressione atmosferica. Uno dei risultati ottenuti
da Torricelli con l'applicazione del metodo degli indivisibili che più
riscosse l'ammirazione dei contemporanei fu il calcolo del volume del
solido iperbolico, ottenuto dalla rotazione di un iperbole attorno all’asse
y. Tale problema « degli aspiranti Geometri, sembrerebbe non
solo difficile, ma addirittura impossibile » scriveva in
un suo trattato, intitolato Sulla misura della parabola e del solido
iperbolico. Continuava così: « Infatti nelle trattazioni
scolastiche di geometria si trovano misure di figure limitate da ogni
parte e [...] nessuno che io sappia ha estensione infinita. E se si
propone di considerare un solido oppure una figura piana infinitamente
estesa ciascuno pensa subito che una figura di questo genere debba essere
di grandezza infinita. Eppure esiste un solido di grandezza infinita
ma dotato di una sottigliezza tale che per quanto prolungato all'infinito
non supera la mole di un piccolo cilindro. Esso è il solido generato
dall'iperbola [...]» che Torricelli chiama “solido
iperbolico.
Ed ecco il suo teorema, in cui fa uso degli indivisibili:
« Il solido acuto iperbolico infinitamente lungo, tagliato
con un piano perpendicolare all'asse, insieme con il cilindro della
sua base, è uguale ad un cilindro retto la cui base sia il lato
verso, ovvero l'asse dell'iperbole, e la cui altezza sia uguale al semidiametro
della base del solido acuto. »
Diversi generi di problemi conducevano all’introduzione in matematica
dell’infinito ( in grandezza o in piccolezza ), come lo sviluppo
della meccanica. Galileo diede un contributo decisivo a questo sviluppo,
iniziando lo studio sistematico della cinematica. Sono proprio i concetti
più caratteristici della cinematica come quelli di velocità
e di accelerazione che esigono di prendere in considerazione rapporti
fra grandezze infinitamente piccole. In termini moderni: la velocità
è il rapporto tra lo spazio percorso da un mobile e l’intervallo
di tempo impiegato a percorrerlo quando questo tempo tende a zero. L’accelerazione
è l’analogo rapporto tra la variazione di velocità
ed il corrispondente intervallo di tempo richiesto per tale variazione,
quando questo tempo tende a zero.
Altro tipo di problemi fu di natura geometrica, ma non più legato
alla determinazione delle aree e dei volumi bensì a quella delle
tangenti. Gli antichi matematici greci avevano preso in considerazione
solo pochi tipi di curve, ideando di volta in volta qualche metodo particolare
per la determinazione delle tangenti alle principali fra esse ( circonferenze,
ellissi ) .
Nel Seicento la creazione della geometria analitica ad opera di Cartesio
e Fermat condusse ad un radicale ampliamento del concetto di curva e
di conseguenza aprì la via al fondamentale problema della ricerca
delle tangenti ad una curva generica.
Mentre le ricerche dirette a determinare tangenti, punti di massimo
o di minimo, velocità istantanee ed accelerazioni istantanee
fanno parte del calcolo differenziale, quelle volte a determinare lunghezze,
aree e volumi fanno parte del calcolo integrale. Cosa sono esattamente
questi due tipi di calcoli?
Il calcolo differenziale si occupa dello studio delle variazioni
delle funzioni a una o più variabili. Siano x e y
due variabili legate dalla relazione y = f(x), dove f
è una funzione che indica in che modo il valore di y
(variabile dipendente) dipenda da x (variabile indipendente).
Ad esempio, x potrebbe rappresentare la variabile temporale
e y lo spazio percorso da un corpo in moto nel tempo x.
Il calcolo integrale, invece, riguarda l'integrazione, cioè
l'operazione inversa rispetto alla differenziazione. Data una funzione
f, lo scopo dell'integrazione è trovare una funzione
F la cui derivata sia f, cioè F¢ =
f; la funzione F si dice integrale, o primitiva di f.
Questo calcolo serve appunto a determinare aree e volumi di figura o
solido geometrici costituiti da qualsiasi tipo di curva.
I due calcoli trassero origine da problemi notevolmente diversi, pur
caratterizzati tutti dall’applicazione di procedimenti infiniti.
Si trattava ora di individuare il rapporto tra tali generi di calcolo,
il che richiedeva come prima tappa il passaggio dal concetto di “
integrale definito “ di una funzione a quello di “ integrale
indefinito “ e di comprendere poi che questo integrale è
una nuova funzione, la cui derivata risulta uguale alla funzione integranda.
Il merito di avere chiarito questo rapporto spetta a Newton e Leibniz,
i quali vennero considerati gli “ inventori “ dell’analisi
infinitesimale, cioè del calcolo differenziale e del calcolo
integrale.
Isaac Newton ( 1642-1727) elaborò il suo nuovo
calcolo, chiamato calcolo delle flussioni, quando era poco più
che ventenne, ma non pubblicò che parecchi anni più tardi
gli scritti dedicati all’esposizione delle proprie idee sull’argomento.
Newton enunciò le principali regole di derivazione e quelle di
integrazione, a determinare con esattezza il legame che intercede fra
i due calcoli, ad impostare e risolvere alcune equazioni differenziali,
a farne numerose applicazioni alla geometria ed alla meccanica, ma i
termini con cui si esprimeva mancavano di chiarezza e semplicità.
Gottfried
Wilhelm Leibniz ( 1646-1716 ) cominciò ad interessarsi
di analisi infinitesimale nel 1672 e poco dopo ebbe occasione di entrare
in contatto con l’ambiente dei matematici inglesi (incluso lo
stesso Newton), contatto che lo stimolò a proseguire ed approfondire
questo genere di indagini. Egli riscoprì da sé il calcolo
infinitesimale, ma, a differenza di Newton, seppe esprimersi in un linguaggio
più chiaro e maneggevole. Egli, infatti, definì “derivate”
le famose “flussioni” di Newton e “integrali”
le “fluenti”, sempre di Newton. Questa su chiarezza e semplicità
non riguardò solamente le denominazioni usate, ma soprattutto
l’introduzione degli indivisibili, che evitavano i lunghi giri
di parole e formule di Newton. Con la lettera d, da leggersi
“de”, indicò questi indivisibili dello spazio, o
differenziali, enti privi di estensione. Cerchiamo ora di spiegare a
grandi linee come Leibniz utilizzò questi indivisibili con un
esempio. Consideriamo una curva sul piano cartesiano: usando il calcolo
differenziale, la curva viene ottenuta mediante una derivata y = f(x),
secondo cui ad ogni valore sulla retta x, corrisponde un determinato
valore della variabile y. Segnando sul piano tutte le y in funzione
delle x, si ottiene appunto questa linea. Vogliamo ora calcolare la
lunghezza di un arco della curva, attraverso il calcolo integrale. Possiamo
considerare quest’arco come la somma di tutti i punti infinitesimali
che lo compongono. Consideriamo ora un punto, o l’indivisibile,
sulla retta x e prendiamo il punto corrispondente sull’arco di
curva.
Immaginiamo di ingrandire quest’ultimo e di ottenere la figura
a lato: l’indivisibile della retta x è compreso tra xo
e xo+h, mentre l’indivisibile corrispondente
sulla curva è compreso tra A e B, che chiamiamo ds. Ciò
che ci interessa è AB, il quale si trova ad essere l’ipotenusa
di un triangolo rettangolo, i cui cateti sono h, ovvero dx (l’indivisibile
parallelo alla retta x) e k, ovvero dy (l’indivisibile
parallelo alla retta y).
| Quindi, si applica prima di tutto il teorema di Pitagora: |
ds² = dx² + dy² |
| Poi si divide tutto per dx²: |
ds²/dx² = 1 + dy²/dx² |
| che è riscrivibile : |
(ds/dx) ² = 1 + (dy/dx)² |
| si estrae ora la radice quadrata di entrambe i termini: |
ds/dx = (1 + (dy/dx)²)^(1/2) |
| e si porta dx dall’altra parte: |
ds = (1 + (dy/dx)²)^(1/2) ·dx |
| La lunghezza dell’arco da calcolare si ottiene con la derivata |
 |
Fu proprio Leibniz a determinare il tipo
di algebra applicabile ai differenziali, scoprendo che essa risulta
per molti aspetti analoga alla solita algebra valida per le grandezze
finite. E fu lui, inoltre, ad introdurre la notazione ò.
L’indiscutibile successo conseguito dalla formulazione leibniziana
dell’analisi infinitesimale non fu esente da inconvenienti, in
quanto favorì una certa confusione fra l’algebra degli
infinitesimi e l’algebra delle grandezze finite, a tutto danno
di una trattazione rigorosa dell’importante argomento. Solo nell’Ottocento
i problemi ad esso connessi vennero notevolmente chiariti con la dimostrazione
che tutta l’analisi infinitesimale classica si fonda sul concetto
di limite. Senz’altro, però, grazie alle importanti scoperte
di Newton e Leibniz, il mondo moderno e contemporaneo si trovò
dotato di un nuovo strumento validissimo per lo sviluppo non solo della
matematica, ma di numerosissimi campi scientifici, trovando un’importantissima
praticità ed attualità del calcolo infinitesimale.
Nella prima metà del secolo XIX,
Agostino Luigi Cauchy, dopo avere definitivamente sistemato
la teoria dei limiti, definì, in accordo col Mengol, l’infinitesimo
come una grandezza variabile avente per limite lo zero. Così
il calcolo differenziale veniva finalmente a trovare la sua base sicura
ed era messo al riparo dagli attacchi che da varie parti gli erano stati
mossi. Precisati i principi, restava da compiersi una revisione accurata
di tutti i procedimenti e di tutte le proposizioni dell’analisi
infinitesimale. A questa opera critica si dedicarono , nella seconda
metà del secolo XIX, insigni matematici tra i quali ricordiamo:
Weierstrass, Dedekind, Riemann, Cantor, Heine, Darboux, Dini, Peano.
Il concetto fondamentale su cui poggia tutta l’analisi infinitesimale
moderna è quello di limite e da essi deriva immediatamente quello
di infinitesimo. Chiamasi, infatti, infinitesimo ( secondo le vedute
di Mengoli e Cauchy ) ogni variabile numerica tendente allo zero, cioè
ogni variabile che, in valore assoluto, può assumere valori minori
di un numero positivo scelto piccolo a piacere.
Collegato al calcolo infinitesimale, procedette a pari passo quello
delle serie infinite. La prima serie infinita comparsa nella storia
della matematica è quella celebre del paradosso di Zenone:
1/2 + 1/4 + 1/8 + … = 1
Questa serie, inoltre, dimostrò
di avere 1 come limite, ovvero come somma conclusiva degli infiniti
infinitesimi. Numerose altre serie infinite furono scoperte in epoca
moderna, molte di esse ammisero un limite, come quella di Zenone, altre
invece, si dimostrarono divergenti, come la seguente:
1 + 1/2 + 1/3 + 1/4 + …
che non presenta limite o convergenza.
Il matematico svizzero Leonhard Euler ( 1707-1783 )
scrisse in particolare un trattato intitolato Introductio in analysin
infinitorum in cui prese in esame proprio le serie infinite convergenti
e pose le basi della moderna analisi matematica. Egli scoprì
diverse serie infinite connesse con p, eccone
alcune:
1/1² + 1/2² + 1/3² + 1/4²
+ … = p²/6
1/14 + 1/24 + 1/34 + 1/44 + … = p^4/90
Si presentò, però, un interessante
paradosso: vale la proprietà commutativa dell’addizione
con queste serie? Ovvero, si ottiene lo stesso risultato se invertiamo
l’ordine degli addendi? Con una serie finita, vale:
2 + 4 + 6 = 6 + 4 + 2
Ma con le serie infinite, è stato
dimostrato che non è valida questa proprietà. Scambiando
gli addendi in una serie infinita si altera, infatti, il limite a cui
tende quella serie!
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| George Cantor |
Con il XIX secolo, sembrava conclusa la
questione sul concetto d’infinito. Ma non finì qui. Finora,
infatti, l’infinito attuale non era stato considerato con tutto
rispetto, ma semplicemente come un numero grandissimo o piccolissimo.
A rivoluzionare la visione d’infinito, fu, quindi, Gorge
Cantor. Egli prese in considerazione l’infinito nella
sua totalità, ma la vera rivoluzione fu l’introduzione
di ordini di infinito, idea assolutamente assurda per l’epoca,
poiché fino ad allora si riteneva di non potersi spingere oltre
l’infinito.
Innanzitutto, Cantor confermò il
fatto che un insieme infinito poteva essere messo in corrispondenza
biunivoca con un suo qualunque sottoinsieme, concetto già sfiorato,
ma lasciato irrisolto, da altre personalità del passato come
Galilei. Poi definì un insieme infinito numerabile,
se poteva essere messo in corrispondenza biunivoca con l’insieme
dei numeri naturali. Prese dapprima in esame insiemi infiniti cosiddetti
discreti, ovvero con intervalli tra un elemento e l’altro, e li
riconobbe numerabili. Sono insiemi numerabili discreti i numeri pari,
i numeri dispari, i quadrati, i numeri primi. Ma nel 1974, dimostrò
che anche insiemi infiniti densi, tra i cui elementi, cioè, ne
esistono altri, sono numerabili. È il caso dell’insieme
dei numeri razionali, cioè quei numeri esprimibili con una frazione,
ovvero con un rapporto tra numeri interi. Cantor riuscì a trovare
un metodo per ordinare in maniera sistematica tutti i numeri razionali.
Considerò una tabella in cui dispose
tutte le frazioni, ponendo sulla prima riga le frazioni con denominatore
1, sulla seconda quelle con denominatore 2 e così via.
| 1/1 |
2/1 |
3/1 |
4/1 |
5/1 |
… |
| 1/2 |
2/2 |
3/2 |
4/2 |
5/2 |
… |
| 1/3 |
2/3 |
3/3 |
4/3 |
5/3 |
… |
| … |
… |
… |
… |
… |
… |
Cantor pensò ora di ordinarli seguendo
il percorso delle frecce all’infinito:

Arrivò così a dedurre
che anche un insieme denso come quello dei numeri razionali fosse numerabile
e definì gli insiemi numerabili, insiemi di potenza 0
( è
la prima lettera dell’alfabeto ebraico e si legge “alef”
).
Ma non tutti gli insiemi infiniti sono numerabili nel modo in cui intendeva
Cantor, cioè ordinando in modo definito gli elementi e ponendoli
in rapporto 1:1 con l’insieme dei numeri naturali.
Tra questi insiemi non numerabili, c’è l’insieme
dei numeri reali, formato dai numeri razionali ed irrazionali. Nel 1972,
Richard Dedekind scrisse un trattato sui numeri irrazionali,
Stätigkeit und die irrationale Zahlen, in cui affermò
che i numeri razionali, per quanto siano densi, non costituiscono un
continuo, ma ammettono dei “buchi”, che non sono altro che
gli irrazionali, cioè quei numeri non esprimibili con una frazione,
come radice di 2. Cantor si rese conto che esistevano sempre nuovi numeri
tra due elementi dell’insieme reale, infinitamente piccoli. Questo
insieme è paragonabile ad una retta geometrica, in cui tra due
punti ne esiste sempre un terzo e che ha, come disse Cantor stesso,
lo stesso numero di punti di un qualsiasi segmento. Definì, quindi,
i numeri reali un vero e proprio continuo numerico, la cui potenza fu
espressa con C o con 2^ 0
, maggiore di 0.
Per di più, mentre non ammise infiniti con potenza inferiore
a 0,
Cantor trovò infiniti maggiori di C. Arrivò, infatti,
a pensare che l’insieme di tutti i sottoinsiemi di un insieme
fosse maggiore dell’insieme di partenza, cosa veritiera per un
insieme finito. Estendendo questa idea agli insiemi infiniti, ed usando
un po’ di astrazione della mente, diede vita a potenze maggiori
di C, riconoscendo che il procedimento di considerare l’insieme
di tutti i sotto insiemi potesse essere ripetuto all’infinito.
Creò, così, una gerarchia di insiemi infiniti, in cui
ogni insieme è più numeroso ed ha potenza maggiore del
precedente. Infine, chiamò le potenze ottenute 0,
2^ 0,
2^(2 0),
… numeri cardinali transfiniti ed elaborò una
vera e propria aritmetica con questi nuovi numeri, in cui esistono regole
assai strane ed innovative.
Con Cantor sembrò veramente concluso il tentativo di chiarire
in assoluto in concetto di infinito.
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