Parte seconda Come abbiamo visto per gli antichi Greci, matematica, filosofia, cosmologia si trovarono spesso legate fra loro, a differenza dell’epoca moderna, in cui la maggior parte degli studiosi riuscì a trattare l’infinito sotto il solo profilo matematico. Analizzato, però, l’infinito in matematica, viene ora da domandarci, se bisogna continuare a parlare di un infinito astratto e numerico, o se, invece, è ammesso parlare di infinito reale, magari spirituale, se non addirittura visibile o percepibile. È interessante vedere come si sia affrontato questo dilemma in diversi campi, non solo scientifici, ma anche letterari ed artistici.
M. C. Escher, Gravità
Infinitamente grande e piccolo. « È una sfera infinita
il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessuno posto.
»
Nella Bibbia, quando Abramo viene chiamato
da Dio, perché egli lasci la sua terra, gli viene fatta la seguente
promessa:
La visione del mondo di Tolomeo sarebbe
rimasta di dogma per i secoli successivi e sarebbe addirittura stata
adottata dalla Chiesa come unica verità. Arriviamo, quindi, al
Quattrocento, quando il polacco Nicolò Copernico ( 1473-1543
) fece crollare il sistema tolemaico, proponendo un Universo eliocentrico.
Egli s’accorse pure che le Stelle fisse fossero molto più
distanti di quanto si fosse pensato fino ad allora; tuttavia, rimaneva
un Universo finito. Le sue idee furono condannate dalla Chiesa. Fu,
tuttavia, un cardinale, Nicola Cusano (1401-1464), tra i primi ad ipotizzare
un Universo infinito, senza centro. Ma in ambito cristiano, l’infinito
era associato a Dio e si sosteneva che l’onnipotenza di Dio non
dovesse avere limiti. Quindi, furono tutt’altro che teorie astronomiche
e scientifiche. Tuttavia, nel Cinquecento, visse un personaggio assai
insolito per l’epoca, dovuto al fatto che il suo pensiero precorse
in anticipo i tempi: Giordano Bruno. ( 1540-1600 ). Da frate dominicano,
smesso l’abito religioso, iniziò ad insegnare filosofia
in tutta Europa. Considerate le antiche credenze inutili falsità,
Bruno procedette nella costruzione di una religione naturale, che individuava
in una sapienza originaria comune a tutti gli uomini d’intelletto,
antichi e contemporanei, la via per giungere a Dio. Anche egli ipotizzò
un universo infinito, espressione dell’infinità di Dio.
A ben guardare nella filosofia, ma soprattutto nella cosmologia bruniana
si ritrovano concetti estremamente innovativi che quindi risultavano
veramente rivoluzionari e destabilizzanti se considerati nell’ottica
del XVI secolo. Basti pensare che l’universo ipotizzato da Bruno
era in tutto e per tutto simile a quello delineato dalle conoscenze
moderne: non solo non poneva limiti al cosmo, ma ipotizzava l’esistenza
di altri pianeti abitabili come la Terra. Fu oggetto di molte critiche
anche da parte di quelli che sono considerati i padri della cosmologia
moderna, come Galileo e Keplero, i quali con i loro mezzi conoscitivi
non potevano ipotizzare sulla base di un ragionamento matematicamente
rigoroso l’infinità dell’universo o la pluralità
dei mondi. Bruno raccolse le sue convinzioni nel De l’infinito,
universo et mondi, in cui inscenò un dialogo tra quattro personaggi,
di cui uno, Philotheo, rappresenta Bruno stesso; alla fine dell’opera
Philotheo riesce a convincere gli altri sull’infinità del
cosmo. Un’opposizione convinta alle nuove teorie cosmologiche
fu portata anche dagli esponenti della vecchia cultura aristotelica
e scolastica, ma soprattutto dagli apparati ecclesiastici che vedevano
minacciate molte importanti verità di fede: Bruno fu condannato
al rogo come eretico il 17 febbraio del 1600 a Roma.
Il francese Messier ( 1730-1817) catalogò per la prima volta le nebulose fino ad allora avvistate, ovvero corpi celesti costituiti da masse di gas e, a quel tempo, confondibili con le comete. Queste nebulose erano dapprima considerate parte della Via Lattea, ma un filosofo, Immanuel Kant, propose l’idea che fossero tante “vie lattee”, delle cosiddette isole stellari, riproponendo un po’ il pensiero di Bruno. Solo nel 1924, l’americano Hubble scoprì delle stelle isolate nella Grande Nebulosa di Andromeda, confermando l’ipotesi di Kant. Si accertò così l’esistenza di numerose galassie, fuori dalla Via Lattea. E la stessa Via Lattea fu considerata una galassia, al cui interno stanno tutte le stelle visibili dalla Terra, compreso il Sole. Ma Hubble compì un’altra scoperta ancora più sensazionale: le galassie non erano immobili, ma si allontanavano le une dalle altre. Per capire come arrivò a questa conclusione, bisogna prima citare alcune precedenti scoperte. Nel 1814, il tedesco Joseph Frauhofer (1787-1826) si rese conto che facendo passare un raggio di luce in un prisma, si produceva uno spettro iridescente, come l’arcobaleno, intervallato da strette linee scure. Nel 1842, poi, Christian Doppler (1803-1853) scoprì l’effetto che avrebbe portato il suo nome, cioè l’effetto Doppler. In pratica, le onde emesse da una sorgente, muovendosi in modo rettilineo, sono recepite da un osservatore più corte tanto più sono vicine ad esso, più lunghe tanto più sono lontane. La sirena dell’ambulanza sembra che emetta un suono sempre più acuto, tanto più si avvicina, e viceversa, sembra che il suo suono si abbassi, tanto più si allontana. Ma questo vale per qualsiasi tipo di onda, comprese le onde luminose. William Higgins conciliò la scoperta di Frauhofer con quella di Doppler, notando che le righe nere dello spettro di alcune stelle si mostravano spostate rispetto a quelle dello spettro solare. Da ciò si poté calcolare la distanza delle stelle a seconda della collocazione delle linee scure tra i colori dello spettro. Hubble trovò nello spettro delle galassie che le linee scure tendevano al rosso, ovvero quei corpi celesti erano sempre più distanti dalla Terra. Per di più, la velocità d’allontanamento delle galassie sembra aumentare sempre di più e da qualsiasi galassia guardassimo, vedremmo le altre allontanarsi rapidamente: da qui la definizione di Universo in espansione. A confermare ciò, fu il russo Alexander Friedmann, il quale si basò sulla teoria della relatività di Einstein. Albert Einstein sosteneva che la gravità di un corpo celeste fosse tale da curvare lo spazio circostante, così che lo spazio assumesse le caratteristiche di geometrie non- euclidee. Per geometrie non- euclidee, si intendono quelle geometrie che negano il quinto postulato di Euclide, ovvero che per un punto esterno ad una retta passa una sola retta parallela alla retta di partenza. Einstein supponeva, inotre, che la massa complessiva dell’Universo fosse necessaria a curvare l’Universo fino a chiuderlo su se stesso. Nella sua visione rimaneva un Universo senza frontiere – in cui è possibile spostarsi per quanto tempo si voglia senza incontrare limiti – , ma statico. Friedmann smentì quest’ultima osservazione. Una classica raffigurazione della moderna visione dell’Universo è un palloncino che si gonfia e su cui sono disegnati dei puntini ( che rappresentano le galassie ). Cosa si presume quindi da ciò? Innanzitutto, si presume che l’Universo in origine sia stato più piccolo, come un palloncino ancora sgonfio. Retrocedendo nel tempo, si arriverebbe ad uno stato in cui tutta la materia sia concentrata in un unico spazio, da cui il cosmo ha avuto origine in seguito ad una primordiale esplosione: il Big Bang. Come prova del Big Bang, nel 1965 gli astronomi Penzias e Wilson scoprirono una tenue radiazione di fondo, presente in tutto l’Universo, probabilmente un residuo di quell’esplosione primordiale. Si presume, inoltre, che il cosmo sia finito e tenda ed espandersi, per alcuni, all’infinito. Per altri, il cosmo si espanderà fino ad un certo limite, per poi effettuare il processo inverso: il Big Crunch. Da cosa possono dipendere questi due differenti destini? Da quanto si sostiene, dalla reale quantità complessiva dell’Universo: se minore di un certo valore, allora, potrebbe espandersi per l’eternità, se invece è maggiore, la gravità complessiva eserciterà sulla materia stessa una forza tale da rallentare ed invertire il senso, dando vita al Big Crunch. Esiste una terza possibilità: la velocità di espansione rallenterà sempre di più fino a raggiungere la staticità. Rimane tuttora una questione irrisolta. E cosa si può dire riguardo all’infinitamente piccolo? A pari passo con le scoperte volte al macrocosmo, avvennero, seppur in epoca più recente, anche quelle indirizzate al microcosmo. Ritorniamo dunque nell’antica Grecia. Furono tre i principali filosofi che supposero l’esistenza di particelle infinitesimali che costituissero tutti i corpi. Pitagora di Samo ipotizzò l’esistenza di monadi, dal greco “unità”, in accordo con il suo pensiero, secondo cui tutte le grandezze erano tra loro commensurabili e necessitavano perciò di un minimo comune divisore. Democrito di Abdera, invece, chiamò “atomo”, dal greco “indivisibile”, le particelle minime della materia. Secondo Democrito, esistevano quattro tipi di atomi, uno per ogni elemento del cosmo. Platone definì meglio questi quattro tipi di atomi considerando i poliedri regolari in relazione alle caratteristiche di ogni elemento: l’atomo dell’acqua era un icosaedro, quello del fuoco un tetraedro, quello della terra un cubo e quello dell’aria un ottaedro.
Nonostante l’infinitamente piccolo
sembri più a portata di mano degli estesi spazi stellari, passarono
duemila anni dalla prima ipotesi sull’atomo prima di riprendere
l’argomento. Solo negli ultimi tre secoli, accanto allo sviluppo
del calcolo infinitesimale e della chimica, avvennero le prime sostanziali
scoperte. Nel 1808, il chimico britannico John Dalton, oggi considerato
il padre della moderna teoria atomica, precisò per primo, dal
punto di vista scientifico e quantitativo, nella sua opera A New System
of Chemical Philosophy, la natura degli elementi chimici. Partendo dall'osservazione
che gli elementi si combinano per formare i diversi composti secondo
rapporti in peso ben definiti, egli sviluppò il concetto moderno
di atomo come particella di dimensioni e peso caratteristici per ciascun
elemento. In un secondo tempo si comprese che le reazioni chimiche che
avvengono tra elementi danno luogo alla formazione di molecole, cioè
di aggregati di più atomi di composizione definita e costante.
Ogni molecola d'acqua, ad esempio, è composta da un atomo d'ossigeno
e da due atomi di idrogeno legati da forze di natura elettrostatica,
come è indicato dalla formula chimica H2O.
« Nulla di nuovo avviene
nell’Universo, rispetto a quanto è già trascorso
nel tempo infinito. »
Salvador Dalì, Spostiamoci ora dallo spazio al tempo.
Anche l’idea di tempo fu trattata fin dall’antichità.
Lo stoico romano Seneca nel suo De brevitate vitae ammette che la vita
del saggio non ha tempo e dice a proposito dei non saggi: “Brevissima
è la vita di coloro che dimenticano il passato, trascurano il
presente e temono il futuro”. Seneca parla a proposito di passato
e futuro come dimensioni psichiche: il passato ben vissuto e libero
dal rimorso è recuperato dalla memoria altrui e può estendersi
pure oltre i confini della vita del saggio, mentre il futuro, libero
dall’ansia e dalla speranza che il saggio ha tolto dall’animo,
è recuperato dalla previsione. La filosofia stoica, insomma,
sostiene che bisogna amare il proprio destino, vivere il presente senza
affannarsi per il futuro, affinché la propria esistenza non cessi
con la morte, ma continui nel ricordo dei posteri. Come se il proprio
tempo diventasse infinito.
Ma ammettiamo
pure che il tempo abbia avuto un’origine: è destinato ad
essere infinito?
Nel III sec., quando l’impero romano
iniziava a decadere più rapidamente in piena anarchia militare
alcune personalità del nascente ambiente cristiano videro questi
fatti come segno della fine. Cipriano, vescovo di Cartagine, dedicò
un suo scritto ad un pagano di nome Demetriano, il quale considerava
i cristiani colpevoli dell’imminente caduta dell’impero.
Cipriano spiegò così che le vere cause: « Devi sapere
che è invecchiato già questo mondo. Non ha più
le forze che prima lo reggevano; […] È necessario che perda
vigore tutto ciò che, appressandosi alla fine, volge al tramonto
e alla morte. » Quindi, non solo Cipriano riconobbe che il mondo
fosse ormai vecchio, ma ammise che tutti gli avvenimenti di quel periodo
dovessero accadere perché così doveva essere. Con le incursioni
barbariche del V sec., ancora più drammatica fu l’opinione
di S. Girolamo, in seguito al drammatico saccheggio di Roma stessa,
per mano degli Visigoti di Alarico. Poiché Roma, pur non essendo
più capitale dell’impero, era comunque un luogo simbolico
e prestigioso della tradizione antica, Girolamo pensò che la
caduta di Roma precedesse di poco la fine del genere umano. Lui stesso
scrive: « È la fine del mondo. Le parole mi mancano, i
singhiozzi m’interrompono, non posso più dettare. La città
che aveva dominato il mondo intero è caduta. » Prendiamo ora un termometro abbastanza resistente
da poter segnare lungo le sue tacche tutte le temperature possibili
nell’Universo. Necessiteremmo di un termometro con infinite tacche
sia sopra che sotto lo zero? Esiste un limite per la temperatura? Vediamo
innanzitutto cosa si intende per temperatura e per calore. La temperatura
è la misura espressa in gradi dell’energia cinetica delle
particelle, atomi o molecole, che compongono un corpo. Significa, cioè,
che più le particelle si muovono veloci, più la temperatura
è elevata. Il calore, invece, è una forma di energia:
l’energia termica. La quantità di calore dipende dalle
dimensioni e dalla composizione del corpo, oltre che dalla velocità
con cui si muovono le particelle del medesimo corpo, poiché l’energia
cinetica si tramuta in termica. Pertanto la temperatura può essere
elevata senza che il corpo abbia una quantità grande di calore!
Se, infatti, prendiamo due oggetti alla stessa temperatura, come una
patata appena cotta al forno e il foglio d’alluminio che l’avvolge,
notiamo che l’alluminio può essere srotolato a mani nude
senza problemi, perché non trattiene il calore, mentre se tocchiamo
la patata, rischiamo di ustionarci, perché al contrario trattiene
tutto il calore. Come sappiamo, poi, alzando la temperatura sempre di
più, una sostanza passa dallo stato solido, a quello liquido,
a quello gassoso: dipende appunto dall’energia cinetica degli
atomi, la quale, se supera un certo limite, provoca lo smembramento
degli atomi.
Esploriamo un altro aspetto interessante
dell’infinito che ha pure una sua storia complessa: il movimento.
Il movimento di un corpo è caratterizzato dalla sua velocità
che è il rapporto tra lo spazio percorso e il tempo impiegato.
Già il paradosso di Zenone si occupava di questo problema: per
raggiungere una data distanza, un mobile deve prima la metà di
quella distanza, poi la metà della metà, poi ancora la
metà di quest’ultima… e da quanto concluse Zenone,
ci vorrebbe tempo infinito per arrivare alla fine, quindi non si arriverebbe
mai. In epoca moderna, diversi scienziati, tra cui Galilei, Cavalieri,
Pascal, tentarono di spiegare la continuità del movimento, il
suo inizio, la sua fine e la varietà dei movimenti accelerati
con la matematica, ma si rivelò un compito molto difficile, perché
con la matematica si ripresentava l’infinito. Blaise Pascal (
1623-1662 ) lo menziona nel suo breve trattato De l’esprit
géométrique:
E per quanto riguarda i limiti reali della velocità? La velocità più elevata consentita dalle leggi fisiche è di 300'000 km al secondo, ovvero la velocità della luce. La luce, per quanto rapida sia, non ha velocità infinita. Essa è costituita da radiazione elettromagnetica ed è uno dei mezzi usati dagli astronomi per studiare l’Universo. I corpi celesti, infatti, emettono radiazioni elettromagnetiche che vengono percepite da noi sulla Terra, ma dal momento che esse vengono da molto lontano e la loro velocità è limitata, impiegano un certo tempo ad arrivare fino a noi. Così, la luce della stella più vicina al Sole, Alfa Centauri, impiega quattro anni per raggiungere la Terra, mentre la luce Solare impiega otto minuti. Lo spazio percorso dalla luce in un anno viene, così, denominato anno-luce ed è usato come unità di misura della distanza tra i corpi celesti: Alfa Centauri è quindi distante quattro anni-luce.
Come dimostrazione che la velocità della luce non è superabile, possiamo vedere il seguente paradosso scoperto da Albert Einstein. All’inizio della formulazione della teoria della relatività, egli scoprì che avvicinandosi alla velocità della luce, alcune leggi fisiche consuete non valevano più. A velocità inferiori, due corpi in movimento, l’uno incontro all’altro, si muoveranno l’uno rispetto all’altro ad una velocità che corrisponde alla somma delle due singole velocità. Ad esempio, una macchina, che va ai 60 km/h incontro ad un treno che va ai 100 km/h, si muoverà rispetto al treno ad una velocità di 160 km/h. Ma se uno dei due è la luce, non è più possibile sommare, perché non possiamo ottenere più di 300'000 km/s, quindi se proviamo a sommare la velocità della macchina o quella del treno con quella della luce otterremmo sempre 300'000 km/s. Altra caratteristica scoperta da Einstein, di cui si parlerà più avanti, è che il tempo tende a rallentare per un corpo che va ad una velocità prossima a quella della luce. Ciò significa che se mai si inventerà un’astronave veloce quasi come la luce, gli astronauti che ci viaggeranno sopra per un certo tempo invecchieranno più lentamente rispetto a chi sarà rimasto a terra. Per quanto concerne la velocità più inferiore possibile, non si hanno informazioni. Esistono tuttavia velocità apparenti così minime da non essere quasi percepite, come la velocità delle stelle: le stelle della volta celeste si allontanano da noi a velocità elevate in direzioni diverse, ma dalla Terra devono passare interi millenni perché noi ci possiamo accorgere del loro spostamento. Ciò è dovuto al fatto che guardando la distanza non si rimpicciolisce solo lo spazio, ma tutto ciò che è legato ad esso come la velocità, basta pensare allo spostamento delle nuvole in cielo, della Luna, le quali possono sembrare ferme da lontano, ma in realtà si muovono veloci.
Esiste infine un infinitamente vuoto e un
infinitamente denso? Ovvero esiste il vuoto assoluto ed è possibile
comprimere la materia quanto si vuole?
Nel XIX sec., grazie all’esperimento del pistone, cambiò ulteriormente il concetto di vuoto. Prendiamo un pistone ed un cilindro che combacino perfettamente, senza che nulla possa passare tra loro. All’inizio, il pistone è in fondo al cilindro. Cerchiamo ora di estrarlo, creando all’interno il vuoto. Se lo lasciassimo subito, il pistone ritornerebbe in fondo, sotto la forza della pressione atmosferica, ma se, invece, lo teniamo su più a lungo, quando lo rilasciamo, il pistone non torna giù fino al fondo, come se fosse comparso qualcosa nel cilindro. I fisici di allora trovarono la spiegazione: tenendo sollevato il pistone, le pareti del cilindro emettono della radiazione termica nel vuoto creato. Quando si cerca di spingere il pistone, la radiazione viene compressa e si oppone al movimento. Il pistone non scende finché la radiazione non viene riassorbita dalle pareti del cilindro. Si suppose così per ottenere il vuoto assoluto, non bastava togliere la materia solida, liquida o gassosa, ma si doveva anche togliere ogni forma possibile di radiazione e di onda. Come si è già detto, la radiazione termica è legata alla temperatura di un corpo: più il corpo è caldo, più c’è radiazione. Perciò, il vuoto ideale doveva avere come temperatura lo zero assoluto ( – 273,15 °C ), quando cioè non c’è più alcuna forma di energia. Questa concezione rientrava nella cosiddetta “teoria classica dell’elettrone”, definita dalle leggi sul moto di Newton e dalle equazioni sull’elettromagnetismo di Maxwell. Secondo questa teoria, all’inizio il vuoto non contiene radiazione ed essa ha origine dall’accelerazione delle particelle ( gli elettroni ). Nel 1948, anche questa teoria fu contraddetta per opera di Hendrick Casimir, il quale dimostrò che anche il vuoto a temperature bassissime non è del tutto vuoto. Egli prese un contenitore, che conteneva due piastre prive di carica elettrica, ne aspirò tutta l’aria e portò la temperatura allo zero assoluto. In tale situazione, Casimir osservò che c’era una forza d’attrazione tanto più forte, quanto più le piastre s’avvicinavano. Questo fenomeno è causato dai campi elettromagnetici rimasti nel vuoto. Avviene all’incirca in questo modo: all’interno del contenitore e tra le due piastre rimangono appunto delle onde elettromagnetiche, le quali si muovono nello spazio in modo ondulatorio. Esse compiono numerose “creste” di lunghezza costante sia sopra che sotto una linea retta immaginaria che corrisponde al percorso dell’onda. Inoltre, ogni “cresta” è delimitata da due nodi e la distanza tra due nodi è detta “lunghezza d’onda”. In uno spazio delimitato, possono esserci solo onde la cui lunghezza d’onda è sottomultipla dello spazio presente. Ciò significa che un onda rimbalza su una superficie solo in corrispondenza di un suo nodo. Quindi, in uno spazio più grande si troveranno più onde, e viceversa, in uno più ristretto, se ne troveranno di meno. Tornando all’esperimento di Casimir, le onde presenti nel contenitore, essendo maggiori di quelle comprese tra le piastre, rimbalzando su queste ultime, rilasciano dell’energia tale che si traduce in una sorta di spinta da far avvicinare le piastre. Tanto più le piastre si avvicinano, quanto più aumenterà la differenza di onde. Questi campi presenti nel vuoto sono stati chiamati “radiazione elettromagnetica classica di punto zero”. Questa radiazione deve essere omogenea e isotropa nello spazio, perché il vuoto rispetti le leggi della fisica, secondo cui nessun punto è speciale nel vuoto.
E per quanto riguarda l’infinitamente denso, possiamo dire che teoricamente potremmo raggruppare quanta materia vogliamo in uno spazio ridotto, fino a che le particelle più piccole possibili non si trovino ad essere l’uno accanto all’altra senza lasciare alcuno spazio, riducendo magari la distanza tra elettroni e nucleo degli atomi. Già Newton aveva ipotizzato l’esistenza di masse puntiformi, estremamente dense. Gli oggetti più densi dell’Universo sono i cosiddetti buchi neri, i quali sono più piccoli della Terra, ma hanno una massa pari a miliardi di masse stellari. La gravità di questi corpi è così forte che qualunque oggetto verrebbe distrutto e catturato. La stessa luce non riesce a sfuggire ai buchi neri, perciò, appaiono neri.
Se mettiamo il Sole su questo “telo”, notiamo che esso sprofonda un po’ e crea una deformazione del telo e una depressione. Altri oggetti, come la Terra e i pianeti, creano delle loro deformazioni, ma meno significative. Più un corpo si avvicina al Sole, più rischia di cadere nell’“imbuto” creato dalla massa del Sole, la Terra, tuttavia, evita di cadere nel Sole, perché la forza centrifuga della sua orbita bilancia l’attrazione solare. E ora prendiamo oggetti con masse infinite, simili ai buchi neri. La deformazione subita dal telo sarà profondissima e simile ad un tunnel, e secondo i calcoli di Einstein, questo tunnel possiede un’altra estremità in un’altra zona dello spazio-tempo. Per ogni buco nero esiste un punto dello spazio-tempo definito come Raggio di Schwarzschild. Questo è il raggio in corrispondenza del quale lo spazio-tempo che circonda una sfera diventa così curvo da rinchiudere il tempo. Il Raggio di Schwarzschild del Sole è di tre chilometri, mentre per la Terra è di un centimetro. Per oggetti con masse infinite, questo raggio è molto esteso e ciò significa che, avvicinandosi ad un buco nero, un orologio rallenterebbe sempre di più. Einstein aveva supposto che la velocità e la gravità fossero due buoni modi per distorcere il tempo: negli anni Settanta, dei fisici americani fecero volare attorno al mondo alcuni orologi atomici e poterono constatare che gli orologi avevano perso dei bilionesimi di secondo rispetto agli orologi rimasti a terra, come dimostrazione delle supposizioni di Einstein. Accanto ai buchi neri, quindi, il tempo tende ad arrestarsi. Il cosiddetto “orizzonte degli eventi” è proprio il limite oltre il quale il tempo si ferma e, una volta superato, non è più possibile tornare indietro, ameno che non si viaggi più veloce della luce. Se ipotizziamo l’esistenza e la percorribilità di tunnel spazio-temporali, creati dai buchi neri, potremmo presupporre pure di poter viaggiare nel tempo. C’è chi pensa, invece, che esistano altre dimensioni, altri Universi paralleli e che quindi, all’uscita dal tunnel, non ci troveremmo più nello stesso Universo di partenza.
Tunnel spazio-temporale. |