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TEMPO
Parte prima: tempo ed eternità Il concetto del tempo nel
mondo antico La contrapposizione tra Cristianesimo
ed Aristotelismo L’evoluzione del pensiero
scientifico La contrapposizione tra universo
stazionario ed universo evolutivo Parte seconda: il tempo dell’uomo La percezione di sant’Agostino Il concetto di durata per
Bergson Martin Heidegger: essere
e tempo Il tempo nella relatività
di Einstein Introduzione
Nel canto XXXI del Paradiso, ai versi
37-38, Dante, guardandosi intorno nell’empireo dice con stupore
di essere venuto “dal divino all’umano, a
l’etterno dal tempo”. Mi sembra che nel contrasto
espresso in essi sia racchiusa la vicenda umana. Noi siamo “tempo”,
al di là c’è l’eterno o, secondo alcuni,
il nulla. In altre ricerche fatte a scuola, avevo
già visto come il Tempo costituisca uno dei problemi costanti
della riflessione filosofica e scientifica. Ho pensato che fosse interessante per
me arricchire quelle ricerche con elementi nuovi ricavati dall’anno
corrente. Il problema del tempo è però
molto complesso; mi ha colpito il modo in cui è stato evidenziato
da Stephen Hawking raccontando un aneddoto accaduto a Bertrand Russel
il quale, alla fine di una conferenza sulla descrizione del cosmo,
fu contestato da un’anziana signora che sosteneva che la terra
fosse un disco posato sul dorso di una tartaruga; lo scienziato
si lasciò dunque sfuggire un sorriso di superiorità
prima di ribattere: ”E su cosa poggia la tartaruga?” E
la vecchia signora rispose con naturalezza: “Ma è evidente
che ogni tartaruga poggia su un’altra tartaruga!”. Hawking riflette: “La maggior parte
delle persone troverebbe piuttosto ridicola questa immagine dell’universo
che poggia su una torre infinita di tartarughe, ma perchè mai
noi dovremmo pensare di saperne di più? Che cosa sappiamo sull’universo e come lo sappiamo? Da dove è venuto l’universo e dove sta andando? L’universo ebbe un inizio ed in tal caso cosa c’era prima?
Qual’è la natura del tempo? Il tempo avrà mai fine?
Progressi recenti in Fisica, resi possibili da fantastiche tecnologie,
suggeriscono risposte ad alcune domande di età venerabile.
Un giorno queste risposte potranno sembrarci ovvie quanto
il fatto che la terra orbita attorno al sole, o forse altrettanto
ridicole di una torre di tartarughe. Soltanto il tempo (qualunque cosa esso sia) ce lo dirà.” In una prima parte del mio lavoro ho confrontato
l’impostazione aristotelica e quella di Sant’Agostino,
ed ho notato che il concetto di tempo è profondamente interconnesso
alle convinzioni religiose ed alla concezione del mondo fisico, visto
nel suo complesso, ovvero alla cosmologia. Questa interconnessione ha agito, a volte
come freno, altre come stimolo al pensiero degli scienziati. Quest’azione
è stata così forte da far dimenticare le discordanze
osservabili o razionalmente deducibili, tra il modello dominante e
l’esperienza. Il punto di connessione tra la concezione
del tempo e quella del cosmo che mi è parso più profondo
riguarda il concetto di eternità, ovvero l’origine ed
il destino, non solo del tempo, ma di tutte le cose. Su questa base ho notato come si siano
alternati, nel corso di più di duemila anni, il concetto di
tempo e cosmo finiti ed infiniti. La concezione di eternità del tempo
accettata nel mondo classico soprattutto grazie al pensiero di Aristotele,
è stata sostituita da una concezione di contrapposizione tra
eternità “divina” e tempo “delle cose”,
coerente con il pensiero cristiano e riportata da Dante nel passo
citato inizialmente. Nel contempo si è affermata, come
risultato delle osservazioni astronomiche compiute fino al secondo
secolo d.C., la concezione dell’universo tolemaico, che, necessariamente,
finisce là dove arriva l’occhio umano, ovvero alle stelle
che appaiono fisse, solidali tra loro. A partire dalla rivoluzione copernicana
e dai meravigliosi risultati della fisica classica, si è tornati
(superando grandi difficoltà di carattere dottrinale) ad una
concezione di tipo aristotelico del tempo e si sono sviluppati degli
strumenti per la sua misura che ricalcavano, e ricalcano ancora oggi,
la definizione che ne diede Aristotele. Questa concezione del tempo si è
sviluppata a fianco dell’ipotesi di un universo infinito e stazionario,
il quale, come il tempo, non ha un inizio nè una fine. Ma in epoca recente si è abbandonata
la concezione dell’universo stazionario per giungere a quella
dell’universo in espansione ed alla teoria del big bang ritornando
all’idea di tempo finito. Nell’ultimo paragrafo di questa
prima parte ho voluto accennare a ciò che oggi risulta un enigma,
che per alcuni può essere di peso, per altri meno, ovvero al
tempo prima del big bang o della creazione, a seconda delle interpretazioni,
con la consapevolezza che qualsiasi ipotesi si faccia non è
più scientifica delle tartarufìghe dell’anziana
contestatrice di Bertrand Russel. In una seconda parte mi sono dedicata
all’aspetto soggettivo della nozione del tempo
nel pensiero dei filosofi che, in epoche recenti, hanno scandagliato
il problema. In particolare mi sono concentrata sull’opera
di Bergson ed Heidegger Il primo ha sviluppato il concetto di
tempo dell’anima di Agostino per giungere al concetto di durata,
contrapponendo il tempo fisico alla percezione del tempo da parte
dell’uomo; il secondo ha ricollegato la concezione del tempo
con i più avanzati sviluppi della sienza sfociati nella teoria
della relatività. Disponendo di alcuni testi che cercano
di rendere accessibile una comprensione della teoria della relatività
anche a chi non ha particolari mezzi matematici, ho provato a capire
ed esporre qualcosa della relatività ristretta. Ho quindi raccolto alcuni esempi in letteratura
per vedere come, nei secoli, poeti e letterati abbiano confrontato
la vicenda umana con il trascorrere del tempo ed in particolare l’atteggiamento
dei poeti di fronte all’eternità. Di fronte ad una scelta enorme di testi
disponibili mi sono limitata a riportarne alcuni che mi sono parsi
significativi dell’epoca in cui sono stati scritti. Nonostante l’esiguo numero di testi
che ho analizzato nell’approfondire l’argomento, ho potuto
capire come il problema del tempo, della sua origine e della sua natura
finita o infinita sia ancora del tutto aperto e, molto probalmente
sarà sempre uno dei temi fondamentali dell’analisi filosofica
e scientifica.
Parte prima: tempo ed
eternità Il concetto del
tempo nel mondo antico
Alle origini del pensiero greco, il concetto
di Tempo, inteso come "misura del perdurare delle cose mutevoli" e
"ritmica successione del divenire", si presenta legato al mito di
Crono, padre di tutte le cose, e parla di "cicli del tempo" come ruota
del destino in cui tutti gli uomini rinascono. Aristotele, invece, sostiene che il tempo è indissolubilmente
legato al movimento: in un universo immobile e senza una mente che
la misuri, la dimensione della temporalità non potrebbe esistere.
Il mondo è eterno e perciò sia il tempo sia il movimento
sono infiniti. Secondo la sua definizione il tempo è
moto che ammette una numerazione. L’associazione tra tempo e movimento
è da sempre legata all’osservazione fisica: ancora oggi
il tempo non è direttamente misurabile se non attraverso la
numerazione di cicli di oggetti in movimento, allora erano gli astri,
più recentemente le oscillazioni del pendolo o di un meccanismo
a molla, oggi quelle un cristallo di quarzo (v. Box misura del tempo).
D’altra parte alcune cose, aggiunge
Aristotele, sono eterne, nel senso che non sono nel tempo; probabilmente
pensa a cose come i numeri o le verità matematiche: che 2
+ 2 = 4, é sempre stato così e sempre sarà così,
anche con un improvviso annichilimento della realtà. C'è sempre stato il movimento,
e sempre ci sarà, perchè non ci puo esser tempo senza
movimento, e tutti ammettono che il tempo sia increato. Su questo
punto, i seguaci cristiani di Aristotele furono obbligati a dissentire
da lui, dato che la Bibbia ci dice che l'universo ebbe un inizio.
La contrapposizione tra
Cristianesimo ed Aristotelismo Il concetto di eternità, che é
centrale in Aristotele, non può che essere disapprovato dai
Cristiani, la cui teoria consiste nel fatto che Dio decise di creare
il mondo ad un certo momento; ne consegue che il mondo non é
eterno, anzi é destinato a perire. Secondo Aristotele, le sfere dei pianeti
non fanno nient'altro che imitare nel loro moto circolare l'eternità
di Dio: quale é il moto che meglio rappresenta l'eternità
di quello circolare? Il moto circolare infatti non ha inizio e non
ha fine, arriva da dove é partito. Di fronte alla contrapposizione
dell’eternità del tempo e la temporaneità del
creato sant' Agostino dirà : "Non
ci fu dunque un tempo, durante il quale avresti fatto nulla, poichè
il tempo stesso l'hai fatto tu; e non vi è un tempo eterno
con te [...]" (Agostino, Confessioni, libro XI, cap. 27, risposta
17) (Fisica, IV, 10, 217 b, 34) Invece Aristotele dice che l’infinito
esiste solo come potenza o in potenza e nega che esista un infinito
in atto. Infinito in potenza è, ad esempio, il numero, perché
è possibile aggiungere a qualsivoglia numero sempre un ulteriore
numero senza che si arrivi a un numero estremo al di là del
quale non si possa più andare; infinito in potenza è
anche lo spazio, perché è divisibile all‘infinito,
in quanto il risultato della divisione è sempre una grandezza
che, come tale, è ulteriormente divisibile; infinito potenziale,
infine, è anche il tempo, che non può esistere tutto
insieme attualmente, ma si svolge e si accresce senza fine. Aristotele
diceva che il tempo è la condizione del prima e del dopo e
l'anima effettua l'operazione del contare. Aristotele ha posto con chiarezza il problema
del tempo come dimensione cosmica e naturale. Il tempo è qualcosa
che dobbiamo cominciare a pensare a partire dal movimento degli astri,
del sole. Egli dirà che il tempo però non coincide col
movimento. Perché per determinare la velocità dobbiamo
già conoscere il tempo. Tuttavia il tempo ha a che fare col movimento.
La visione di Aristotele la ritroveremo nei posteri: p.e. Bergson
dirà che solo grazie ad una contaminazione con lo spazio il
tempo diviene misurabile. Se misuriamo il tempo attraverso il movimento
cosmico, noi in effetti lo misuriamo attraverso lo spazio, rappresentato
dai movimenti degli astri. Per Bergson questo sarà tuttavia
solo il punto di partenza, visto che per lui il tempo dovrà
essere misurato in altro modo (cfr. Arist., Fisica, IV, 10-11; idem,
De Corp., 7, 3). S.Agostino, pur tenendo presente Aristotele,
Platone, e i suoi commentatori, gli scettici, ha una visione completamente
diversa del tempo derivante dalla centralità dell’animo
umano: se il tempo è qualcosa che varia, l'elemento fisso che
permette la comparazione tra i tempi che cambiano è la nostra
anima, il nostro Spirito. Quindi noi misuriamo il futuro a partire
da un atteggiamento del nostro animo, l'atteggiamento dell'attesa:
il futuro è più lungo o più corto in base all'attesa.
E misuriamo il passato in base ad un altro atteggiamento del nostro
animo che è la memoria; anche il rapporto col passato varia
secondo la memoria (cfr. S.Agostino, Confessioni, XI, 20 e 28). Quindi si capisce come alla riflessione
sul tempo sia intrinsecamente legato il problema del rapporto tra
l'uomo e qualcosa che trascende l'uomo stesso dominandolo; il problema
del carattere naturalistico o soggettivo del tempo porta su posizioni
che, secondo alcuni, non hanno mai trovato una giusta conciliazione. Il tempo rappresenta l'oggetto del contendere
dei filosofi, la discordia per eccellenza, e forse il problema filosofico
più originale di tutti e la risposta a tale problema resta
aperta. Anche oggi noi abbiamo interpretazioni
naturalistiche del tempo (il tempo della fisica contemporanea: della
meccanica quantistica e della relatività einsteiniana) e poi
approcci soggettivi (per cui il tempo ha a che fare con l'intimità
della nostra coscienza, con la nostra capacità di essere affetti
da qualcosa, e di temere qualcosa, di progettare, di uscire da noi
stessi, di rivolgerci al futuro). Quindi, quando Dante contrappone l’”etterno”
al tempo così come il divino all’umano, allude ad una
contrapposizione che esiste solamente secondo il punto di vista cristiano,
in quanto secondo la filosofia aristotelica il tempo è eterno,
regolarmente numerabile e immutabile nella sua regolarità essendo
legato al moto degli astri.
L’evoluzione del
pensiero scientifico
Nel secondo secolo dopo Cristo Tolomeo
sviluppò le ipotesi aristoteliche sulla disposizione degli
astri ed elaborò un modello cosmologico completo con la terra
al centro di otto sfere che trasportavano la Luna, il Sole, le stelle
ed i cinque pianeti noti a quel tempo. Il modello di Tolomeo fornì un
sistema ragionevolmente esatto per predire le posizioni dei corpi
celesti in Cielo. A tal fine Tolomeo dovette supporre che la Luna
percorresse una traiettoria che prevedeva grandi variazioni nella
sua distanza dalla terra. Ne conseguiva che a volte le dimensioni
del suo diametro apparente avrebbero dovuto raddoppiarsi. Tolomeo stesso riconobbe che questo era
un punto debole nella sua teoria, ma non di meno il modello venne
generalmente accettato e venne anche adottato dalla Chiesa cristiana
come concezione in accordo con le Sacre Scritture avendo anche il
vantaggio di lasciare all’esterno della sfera delle stelle fisse
un grande spazio per sistemare il paradiso. Questo modello durò per più
di mille anni finchè, prima Copernico, poi Galileo e Keplero,
proposero modelli che, ponendo il sole al centro dell’universo,
risultavano più semplici e precisi nel descrivere il moto dei
corpi celesti. Keplero arrivò quasi per caso a
scoprire che, ipotizzando orbite ellittiche anzichè circolari,
dei pianeti attorno al Sole, si otteneva una precisione molto maggiore,
il perchè di questa forma, apparentemente “imperfetta”
fu fornito molto tempo dopo da Isaac Newton che non solo propose una
teoria sul modo in cui i corpi si muovono nello spazio e nel tempo,
ma sviluppò anche il complesso apparato matematico necessario
per analizzare tali moti. Newton postulò una legge di gravitazione
universale, secondo la quale ogni corpo nell’universo è
attratto verso l’altro con una forza direttamente proporzionale
al prodotto delle loro masse ed inversamente proporzionale al quadrato
della loro distanza.
Il modello copernicano aveva causato l’abbandono
delle sfere celesti tolemaiche e con esse l’idea che l’universo
avesse un confine naturale, Poichè le stelle fisse non sembravano
mutare la loro posizione in cielo, eccezion fatta per il moto diurno
causato dalla rotazione della Terra sul suo asse, divenne naturale
supporre che le stelle fossero oggetti simili al Sole, ma molto più
lontani. Già Newton si rese conto di una
lacuna della sua teoria consistente nel fatto che le stelle avrebbero
dovuto attrarsi tra di loro, cosicchè non potessero restare
essenzialmente immobili come apparivano ed avrebbero dovuto cadere
tutte verso un centro di gravità comune. Newton affermò che se fosse esistito
un numero infinito di stelle, distribuite uniformamente in uno spazio
infinito, non ci sarebbe stato un punto di convergenza e quindi le
stelle avrebbero potuto mantenersi in equilibrio. Questa teoria resse, salvo sporadiche
obiezioni fino alla fine del secolo XIX.
Nonostante le contraddizioni dovute al
paradosso di Olbers (v. Box) ed alla enunciazione del secondo prinicipio
della termodinamica a seguito del quale un quantità, l’entropia,
mostrava di essere in costante aumento (v. Box) nessuno ebbe l’ardire
di postulare un universo diverso da quello stazionario dominato da
movimenti regolari apparentemente proveniente dall’eternità
e ad essa destinato. Contrariamente alle aspettative di un
progressivo allontanamento della scienza dalla religione si è
verificata, nel corso del secolo XX, una inattesa possibilità
di convergenza in quanto al modello dell'universo stazionario si è
contrapposto quello dell'universo evolutivo. La contrapposizione tra universo stazionario
ed universo evolutivo La concezione dell’universo stazionario
prevede che esso si estenda infinitamente nel tempo e nello spazio
e che la sua densità rimanga costante, perché la stessa
energia di espansione si trasforma in energia di creazione della materia. La teoria dell'universo evolutivo prevede
invece che esso abbia avuto un inizio (noto come big-bang) e una continua
evoluzione da uno stato ad altissime temperature e densità
allo stato attuale. Per quanto non fosse possibile ipotizzare,
con i mezzi del secolo XIX, una teoria cosmologica in grado di contrastare
quella dell’universo stazionario, fu proprio l’osservazione
che in un qualsiasi ciclo termodinamico l’entropia fosse destinata
ad aumentare che iniziò ad incrinare l’assoluta certezza
che la comunità scientifica nutriva in essa. Quando la maggior parte degli scienziati
credeva in un universo essenzialmente statico ed immutabile, il problema
se esso avesse o no avuto un inizio era in realtà una questione
di competenza della metafisica o della teologia. Si poteva spiegare altrettanto bene ciò
che si osservava sia con la teoria che l’universo esistesse
da sempre, sia con la teoria alternativa che esso fosse stato messo
in movimento in un qualche tempo finito in passato, in modo da dare
l’impressione che esso esistesse da sempre. Ma nel 1929 Edwin Hubble fece l’osservazione,
di importanza capitale, che, in qualsiasi direzione si osservi, le
galassie lontane presentano un progressivo aumento della lunghezza
d’onda della radiazione emessa con l’aumento della distanza,
tale aumento, detto red-shift, risulta spiegabile in base all’effetto
Doppler-Fizeau che comporta una variazione della lunghezza d’onda
percepita da un osservatore di un corpo in moto. In pratica, per spiegare
questo fenomeno, occorre ipotizzare una progressivamente maggiore
velocità di allontanemento delle galassie all’aumentare
della loro distanza: da ciò è scaturita la teoria dell’universo
in espansione.
Le osseravazioni di Hubble suggerirono
che doveva esserci stato un tempo, chiamato in seguito big bang, in
cui l’universo era infinitamente piccolo ed infinitamente denso;
il fatto che tutto l’universo provenga da un unico punto e che
esso abbia avuto inizio in un particolare momento, è un’idea
non nuova, per quanto i tempi ed i modi in cui viene descritta siano
sensibilmente diversi da quelli della Bibbia, c’è un
punto fondamentale di convergenza: esiste un tempo iniziale. Ovviamente sono nate anche teorie diverse,
come quella dell’universo pulsante, che negavano l’anomalia
dell’istante iniziale, ma, nel corso di questo secolo, cosmologi
e astrofisici hanno cercato di immaginare quali prove osservative
si potessero attuare, per stabilire quali dei due modelli spiegasse
meglio l'universo reale. Osservazioni sul big
bang
Una teoria, per esser una buona teoria
scientifica deve soddisfare due richieste: descrivere con precisione
le osservazioni compiute sulla base di un modello ad essa conseguente
e fare predizioni ben definite in merito ai risultati di future osservazioni. Come ha sottolineato Karl Popper, una
buona teoria fa un certo numero di predizioni suscettibili di essere
confutate. Un'osservazione possibile, per verificare
se il big bang fosse esistito o meno, fu suggerita dal fisico di origine
russa George Gamow, le cui simpatie andavano all'universo evolutivo.
Egli pensava che se effettivamente l'universo
avesse avuto origini da uno stato ad altissima temperatura e densità,
sarebbe stato riempito di radiazione termica corrispondente a quelle
altissime temperature, e quindi avrebbe irraggiato come un corpo nero
con un massimo di emissione nel dominio dei raggi gamma ed X. A causa dell'espansione la temperatura
diminuisce, pur restando sempre quella tipica di un corpo nero. Gamow previde che dopo una decina di miliardi
di anni la temperatura doveva essere scesa a circa 5 gradi assoluti
(-268 gradi centigradi) e perciò il massimo di emissione doveva
cadere a lunghezze d'onda millimetriche. La previsione di Gamow fu verificata per
caso diciassette anni dopo, quando la tecnologia di misura delle radiazioni
a microonde era stata sviluppata e impiegata per i collegamenti con
i satelliti artificiali per telecomunicazioni. Furono infatti due ingegneri della Bell
Telephone Company, Arno Penzias e Robert Wilson, che studiavano le
cause di rumore che disturbavano queste trasmissioni, a scoprire la
presenza di un rumore di fondo che proveniva con intensità
costante da tutte le direzioni della volta celeste. Essi non si resero conto di cosa si trattasse,
ma pubblicarono la notizia su «Nature», e questa fu letta
da Robert Dicke e James Peebles, dell'Università di Princeton,
che stavano proprio lavorando ad un progetto per rivelare la radiazione
predetta da Gamow. Bruciati sul tempo dai due ingegneri,
capirono subito che Gamow aveva ragione e che questa scoperta era
la prova definitiva a favore del modello evolutivo, poiché
un universo stazionario che non era mai passato attraverso una fase
ad altissima temperatura, non era in grado di spiegare la presenza
di questa radiazione. Questa aveva un massimo di intensità
intorno a qualche millimetro di lunghezza d'onda e indicava una temperatura
di circa 3 gradi assoluti. Fu chiamata «radiazione fossile»
perché rappresenta davvero la più antica immagine osservabile
direttamente dell'universo primordiale. Per quanto i termini della questione non
siano quelli che si potevano prevedere all’epoca di Sant’Agostino,
in quanto una creazione del tipo “big-bang” può
essere avulsa da una concezione teistica non meno di quanto lo sia
stato l’universo stazionario, è ormai opinione corrente
che sia esistito un istante iniziale. Il tempo prima
del tempo Analogamente alla concezione dell’istante
iniziale, la scienza attuale condivide con il credo creazionista la
questione del tempo prima dell’istante iniziale salvo che per
gli scenziati moderni è possibile ipotizzare che non ci fosse
nulla, prima del big bang, o che esistesse un processo inverso; ovviamente
questa ipotesi non è percorribile da chi crede in un essere
superiore creatore di tutte le cose. Senz’altro Dio è eterno e
quindi esisteva prima del tempo, ma, ai credenti, si pone da sempre
un’altra domanda: cosa faceva Dio prima della creazione? Agostino risponde nelle Confessioni (XI
12.14): Ecco come rispondo a chi domanda che cosa faceva Dio prima di fare il
cielo e la terra. Non come fece quel tale che eluse con una battuta
di spirito l'aggressività della domanda, rispondendo, dicono:
"Preparava la Geenna per chi indaga gli abissi". Ridere non basta
per capire. No, non rispondo a questo modo: preferirei allora una
risposta come "Quello che non so, non lo so", che almeno risparmia
la facile ironia per chi solleva una questione profonda e il plauso
per chi dà una risposta falsa. Invece io affermo che tu, nostro
Dio, sei il creatore d'ogni cosa creata, e se per cielo e terra s'intende
ogni cosa creata, oso affermare: "Prima di fare il cielo e la terra,
Dio non faceva cosa alcuna". Perché che cosa avrebbe fatto
se non una cosa creata? Magari sapessi tutte le cose che vorrei, che
mi sarebbe utile sapere, così come so questa: che nessuna creatura
venne fatta prima che fosse fatta una qualche creatura.
Ovviamente la scienza attuale non è
in grado di fare ipotesi comprovabili su cosa ci fosse prima del big
bang e questo lascia spazio solo all’immaginazione. Senz’altro
il big bang è stato un evento capace di cancellare ogni traccia
di qualsiasi cosa gli preesistesse, se però si pensa ad un
fenomeno inverso di implosione, allora si potrebbe pensare che anche
la fase attuale di espansione possa un giorno invertirsi ed allora
si tornerebbe a descrivere un fenomeno ciclico. Al momento attuale è impensabile
avere degli strumenti che ci permettano di rilevare segni provenienti
dal tempo prima del big bang, per cui non si possono esprimere delle
buone teorie scientifiche, nel senso indicato da Popper, riguardanti
ciò che può aver preceduto il big bang, però
la possibilità dell’esistenza di un fenomeno ciclico
fa tornare alla mente Aristotele e la sua definizione del tempo come
l’eterna numerazione di cicli successivi. Ripensando alla torre di tartarughe nulla
impedisce che un domani le teorie attuali dell’universo in evoluzione,
del big bang vengano superate e forse verrà anche superata
la contrapposizione tra tempo finito e tempo eterno che ha coinvolto
a fondo il pensiero umano fino ad oggi.
Parte seconda: il tempo
dell’uomo
La relazione del tempo col pensiero e anzi la sua totale interiorizzazione e riduzione a "estensione dell'anima", a successione di stati psichici tramite la memoria e l'anticipazione, è espressa da Agostino nelle Confessioni; si passa così da un tempo della ciclicità pagana a uno lineare di stampo cristiano, che parte dalla caduta di Adamo e procede verso la dimensione del riscatto e del ritorno a Dio. A questa concezione (che raggiungerà
il suo culmine con Heidegger) a partire dal Rinascimento, se ne affianca
una di tipo scientifico fondata sulla meccanica galileiana. Quest'ultima
concepisce il tempo come una serie idealmente reversibile di istanti
omogenei; serie che consente la riduzione del movimento a leggi fisico-matematiche. Il concetto di tempo e spazio "assoluti"
adottato da Newton iniziò a disgregarsi con la rivoluzione apportata
da Einstein nel mondo della scienza e nel campo filosofico dalle obiezioni
sollevate da Bergson e poi da Heidegger La percezione di sant’Agostino
Vediamo allora se il presente possa essere lungo, anima umana: perché
a te è dato sentire e misurare la durata. Agostino consolida questa opinione dopo
aver analizzato la questione della correlazione tra tempo e movimento
così come era stata impostata da Aristotele, ma ricorrendo all’antico
dilemma della realtà del tempo presente come separazione tra
il passato che non esiste più ed il futuro che non esiste ancora: Almeno questo ora è limpido e chiaro: né futuro né
passato esistono, e solo impropriamente si dice che i tempi sono tre,
passato, presente e futuro, ma più corretto sarebbe forse dire
che i tempi sono tre in questo senso: presente di ciò che è
passato, presente di ciò che è presente e presente di
ciò che è futuro. Sì, questi tre sono in un certo
senso nell'anima e non vedo come possano essere altrove: il presente
di ciò che è passato è la memoria, di ciò
che è presente la percezione, di ciò che è futuro
l'aspettativa. La relazione del tempo col pensiero e anzi
la sua totale interiorizzazione e riduzione a "estensione dell'anima",
a successione di stati psichici tramite la memoria e l'anticipazione,
è espressa da Agostino nelle Confessioni; si passa così
da un tempo della ciclicità pagana a uno lineare di stampo cristiano,
che parte dalla caduta di Adamo e procede verso la dimensione del riscatto
e del ritorno a Dio: “In te, anima mia, misuro il tempo. Non frastornarmi coi tuoi
"cosa? come?" Non frastornare te stessa con la folla delle tue impressioni.
In te, dico, io misuro il tempo. Sì, l'impressione che le cose
passando producono in te rimane quando le cose son passate: è
questa che è presente, non quelle, che son passate perché
lei ne nascesse. È questa che misuro, quando misuro il tempo.
Il tempo è lei - o non è il tempo quello che misuro. E
allora quando misuriamo i silenzi e diciamo che questa pausa dura quanto
quel suono? Ma appunto: in questi casi per poter calcolare in qualche
modo l'estensione temporale degli intervalli di silenzio, noi ci fingiamo
in loro luogo il suono della voce e cerchiamo di misurare mentalmente
la durata che avrebbe. Anche senza usare la voce e le labbra noi recitiamo
mentalmente poemi e versi e discorsi: e siamo sempre in grado di indicare
quanto durano i loro svolgimenti e che quantità di tempo occupano
l'uno relativamente all'altro, non altrimenti che se li recitassimo
a voce alta. Supponiamo che uno voglia emettere un suono appena un po'
più lungo e abbia mentalmente prestabilito quanto dovrà
esser lungo: costui avrà certamente percorso in silenzio e affidato
alla memoria quel determinato lasso di tempo, e quindi avrà preso
a emettere la voce, che risuona finché sia giunto il termine
stabilito. Anzi, che è risuonata e risuonerà: perché
quella che è già passata è senza dubbio risuonata,
e quanto ne resta risuonerà. Ed è così che passa,
mentre l'intenzione presente traduce il futuro in passato, e il passato
cresce via via che decresce il futuro, finché consumato il futuro
tutto sarà passato. Siamo così arrivati alla percezione
soggettiva del concetto di tempo che ha permeato la letteratura fin
dai tempi più antichi. Il concetto di durata per
Bergson
Infatti il tempo spazializzato della fisica
trova la sua immagine in una collana di perle (i vari momenti della
fisica), tutte eguali e distinti fra di loro, differenti solo quantitativamente,
mentre l'immagine del tempo della durata (o della vita) è il
gomitolo di filo (o la valanga), che continuamente muta e cresce su
sé medesimo, con momenti diversi anche qualitativamente (tant'è
vero che nel linguaggio comune si dice ad esempio che cinque minuti
possono sembrare, talora, «una eternità»). Inoltre il tempo della fisica e dell'osservazione
scientifica è invertibile, poiché un esperimento può
essere ripetuto ed osservato un numero indefinito di volte, mentre il
tempo della psiche è fatto di momenti irripetibili. Infatti il
tempo della coscienza (durée réelle, temps concret) è
costituito da momenti "che non sono esterni gli uni agli altri" ma che
si fondono l’uno con l’altro in un processo continuo di
crescita, alla maniera di una valanga.
Questa conservazione totale è nello
stesso tempo una creazione totale, giacché in essa ogni momento,
pur essendo il risultato di tutti i momenti precedenti, è assolutamente
nuovo rispetto ad essi. «Per un essere cosciente, - dice Bergson,
- esistere significa mutare, mutare significa maturarsi, maturarsi significa
creare indefinitamente se stesso». Coloro che ritengono che ogni azione spirituale,
come ogni altro fatto della natura sia necessariamente determinato dalle
sue cause, si fondano su un concetto del tempo che non si può
applicare alla vita spirituale. Immaginano cioè il tempo secondo
lo schema spaziale, come fa la scienza, perciò esteriorizzano
l'azione e il motivo dell'azione considerandoli quasi come due cose
esterne l'una all'altra e di cui una agisca sull'altra. (da L'evoluzione creatrice, in H. Bergson,
Le opere, trad. di P. Serini, UTET, Torino 1971) Chi esamini la vita psichica nella sua effettualità [...] si
accorgerà subito che il tempo ne è la stoffa stessa.Non
c'è, del resto, stoffa più resistente o più sostanziale. Infatti, la nostra durata non è il susseguirsi di un istante
a un altro istante: in tal caso esisterebbe solo il presente, il passato
non si perpetuerebbe nel presente e non ci sarebbe evoluzione né
durata concreta. La durata è l'incessante progredire del passato che intacca l’avvenire
e che, progredendo, si accresce. E poiché si accresce continuamente,
il passato si conserva indefinitamente. La memoria, come abbiamo tentato di dimostrare, non è la
facoltà di classificare ricordi in un cassetto o di scriverli
su di un registro. Non c'è registro, non c'è cassetto;
anzi, a rigor di termini, non si può parlar di essa come di una
"facoltà" giacché una facoltà funziona in modo
intermittente, quando vuole o quando può, mentre l'accumularsi
del passato su se stesso continua senza tregua. In realtà, il passato si conserva da se stesso, automaticamente.
Esso ci segue, tutt'intero, in ogni momento: ciò che abbiamo
sentito, pensato, voluto sin dalla prima infanzia è là,
chino sul presente che esso sta per assorbire in sé, incalzante
alla porta della coscienza, che vorrebbe lasciarlo fuori. La funzione del meccanismo cerebrale è appunto quella di ricacciare
la massima parte del passato nell'incosciente per introdurre nella coscienza
solo ciò che può illuminare la situazione attuale, agevolare
l'azione che si prepara, compiere un lavoro utile. Talvolta qualche ricordo non necessario riesce a passare di contrabbando
per la porta socchiusa; e questi messaggeri dell'incosciente ci avvertono
del carico che trasciniamo dietro a noi senza averne consapevolezza.
Ma, se anche non ne avessimo chiara coscienza, sentiremmo vagamente
che il passato è sempre presente in noi. Che cosa siamo, infatti, che cos'è il nostro carattere se non
la sintesi della storia da noi vissuta sin dalla nascita, prima anzi
di essa, giacchè portiamo con noi disposizioni prenatali? Certo noi pensiamo solo con una piccola parte del nostro passato; ma
desideriamo, vogliamo, agiamo con tutto il nostro passato, comprese
le nostre tendenze congenite. Il nostro passato ci si rivela, dunque,
nella sua interezza, con la pressione che esercita su di noi e sotto
forma di tendenza, benché solo una piccola parte di esso si converta
in rappresentazione chiara e distinta. Conseguenza di questa sopravvivenza del passato è l'impossibilità,
per una coscienza, di passare due volte per l'identico stato. Le circostanze possono ben rimanere le stesse: la persona su cui agiscono
non è più la stessa, perché la colgono in un momento
nuovo della sua storia. La nostra personalità che va via via
formandosi mediante il progressivo accumularsi dell'esperienza, muta
continuamente; e però nessuno stato di coscienza, anche se resta
identico alla superficie, si ripete mai in profondità. Questo perché la nostra durata è irreversibile: per poter
riviverne anche un momento solo bisognerebbe annullare il ricordo di
tutti i momenti successivi. Martin Heidegger: essere
e tempo
Risponde dicendo che l'interesse di sapere
cosa sia il tempo è stato risvegliato oggigiorno dallo sviluppo
della fisica: È opportuno anzitutto un accenno preliminare al tempo che si incontra nella quotidianità,
il tempo della natura e del mondo. L'interesse di sapere che cosa sia
il tempo è stato risvegliato oggigiorno dallo sviluppo della
fisica nella sua riflessione sui principi fondamentali del coglimento
e della determinazione che vanno qui attuati, cioè i princìpi
fondamentali della misurazione della natura entro un sistema di riferimento
spazio-temporale. Lo stato attuale di questa ricerca scientifica è fissato nella
teoria della relatività di Einstein.Eccone alcune tesi: lo spazio
in sé non è niente; non c'è uno spazio assoluto.
Esso esiste soltanto mediante i corpi e le energie che contiene. Estremizzando le tesi einsteniane giunge
ad affermare che non esiste un tempo assoluto e nemmeno una sincronicità
degli eventi, tuttavia riconosce l'invarianza delle equazioni che ne
descrivono i processi. Il tempo viene quindi strettamente legato ad
un sistema di riferimento: è ciò in cui si svolgono gli
eventi: Già Aristotele vide questo in connessione con il modo fondamentale
d'essere dell' essere-natura, cioè del mutamento, della locomozione,
del procedere. Non essendo esso stesso movimento, il tempo deve necessariamente
avere in qualche modo a che fare con il movimento. Lo si trova anzitutto
in ciò che è mutevole; il mutamento è nel tempo. Il tempo per il fisico è il tempo
di un orologio, è uno svolgersi in cui gli stadi stanno in rapporto
come un prima rispetto ad un poi. In quanto il tempo è costituito
da stadi omogenei, è misurabile: ogni prima e poi è determinabile
partendo da un "ora". L'orologio ci mostra la durata nel tempo di un
evento tuttavia l' "ora" è indipendente dagli orologi in quanto
anche la coscienza dell'uomo ne fa esperienza: "Ora è mattina,
Ora è notte". Si domanda allora se il tempo, l' "ora" non sia
all'interno della coscienza: Io dispongo forse dell'essere del tempo e con l' "ora" intendo, oltre
al tempo, anche me stesso? Sono io stesso l' "ora" e il mio esserci
è il tempo? Oppure, in fondo, è il tempo stesso che si
procura in noi l'orologio? Nel libro XI delle sue Confessioni Agostino
ha spinto il problema fino al punto di domandarsi se l'animo stesso
sia il tempo. La domanda sul tempo ha quindi portato all'esserci
(ente che noi conosciamo come vita umana nel suo essere) e alla decisione
anticipatrice della morte (ciò che determina il passaggio all'autenticità).
La decisione anticipatrice rivelando l'esistenza come pura possibilità,
come progetto, le apre il futuro, e, d'altra parte, poichè le
possibilità sono riconosciute come sempre date, la investe del
suo passato. Se dunque è grazie alla decisione anticipatrice
che si perviene alla possibilità di realizzare l'esistenza come
un tutto unitario, è però la temporalità ciò
che fonda questa possibilità, è la temporalità
cioè che spiega il senso unitario delle strutture della cura. Per Heidegger la temporalità non
è fondata dall'esistenza, ma piuttosto è da essa soltanto
manifestata: il tempo è scoperto come ciò che rende possibile
sia la decisione sia il modo inautentico di esistere, il tempo è
senso dell'esserci. Riassumendo si può dire: il tempo è l'esserci. L'esserci
è il mio essere di volta in volta, e quest'ultimo può
essere tale in ciò che è futuro, nel precorrere che va
al non più, certo ma indeterminato. L'esserci è sempre
in una modalità del suo possibile essere temporale. L'esserci
è il tempo, il tempo è temporale. L'esserci non è
il tempo, ma la temporalità. L'asserzione fondamentale "il tempo
è temporale" è pertanto la determinazione più propria,
perché l'essere della temporalità significa una realtà
diversa. L'esserci è il suo non più, è la sua possibilità
nel precorrere che va a questo non più. In tale precorrere io
sono il tempo in senso autentico, io ho il tempo. In quanto il tempo
è ogni volta mio, ci sono molti tempi.[...]Se dunque il tempo
viene compreso come esserci, si chiarisce allora a maggior ragione che
cosa voglia dire la tradizionale asserzione sul tempo che afferma: il
tempo è il vero principium individuationis. Si intende per lo
più il tempo come successione irreversibile, come tempo presente
e tempo della natura. Il tempo nella relatività
di Einstein
La concezione del tempo assoluto prevede
che si possa misurare con precisione un intervallo di tempo tra due
eventi e che questa misura sia sempre la stessa chiunque esegua
la misura purchè sia dotato di un buon orologio.
Benchè questa nozione sia ovvia nella
vita muovono con relativa lentezza, non funziona
affatto per cose che si muovono ad una velocità
prossima a quella della luce. Secondo la meccanica classica ci si dovrebbe
aspettare che la velocità della luce sia maggiore muovendosi
verso la sorgente rispetto a quella misurabile in direzione ortogonale,
così come la velocità dell’aria risulta maggiore
muovendosi controvento piuttosto che ortogonalmente ad esso. Nel 1887
Michelson e Morley (vedi box) compirono osservazioni molto precise sulla
velocità della luce, trovando che era sempre la stessa in tutte
le direzioni indipendentemente dalla direzione del moto della sorgente
o dell’osservatore. Un’altra osservazione importante fu
compiuta studiando le stelle binarie che sono in moto relativo tra loro:
se la velocità di propagazione della luce emessa dalle due stelle
fosse diversa in misura della loro velocità relativa, data la
grande distanza tra loro e noi, si dovrebbero osservare delle disarmonie
sensibili nel loro moto che invece non si osservano. Nel 1905 Einstein osservò che il
concetto dell’etere, che entrava in conflitto con le misurazioni
di Michelson e Morley, diventava inutile se si abbandonava l’idea
del tempo assoluto. Il postulato fondamentale della teoria della relatività,
come fu chiamata, era che le leggi della scienza dovrebbero valere nello
stesso modo per tutti gli osservatori liberamente in movimento, quale
che fosse la loro velocità. Questo valeva per le leggi di Newton,
ma ora l’idea fu estesa a includere la teoria di Maxwell e la
velocità della luce: in base a questa concezione tutti gli osservatori
avrebbero dovuto misurare la stessa velocità della luce per quanto
elevata fosse la loro velocità. Questo postulato ha conseguenze notevoli
come l’equivalenza tra massa ed energia E=mc2 legge per cui nulla può
muoversi ad una velocità superiore a quella della luce. Un’altra conseguenza è la profonda
modifica delle nostre idee di spazio e di tempo. Se immagino un osservatore interno ad un
sistema in movimento formato da una sorgente di luce e da due corpi
da essa illuminati equidistanti da essa in direzioni opposte, posso
dedurre che egli vedrà un impulso luminoso proveniente dalla
sorgente raggiungere “contemporaneamente” i due corpi. Considero
poi un osservatore esterno, per il quale ovviamente la velocità
della luce sarà sempre uguale in tutte le direzioni; egli vedrà
una dei due due corpi allontanarsi davanti al raggio luminoso, mentre
l’altro corpo gli verrà incontro, perciò il primo
corpo riceverà il segnale luminoso un poco prima del secondo.
La differenza sarà lievissima in quanto la velocità del
sistema è bassa. Quindi due eventi simultanei per un osservatore
non lo sono più per l’altro. Poichè la velocità della luce
è esattamente il quoziente della distanza percorsa diviso il
tempo impiegato a percorrerla, osservatori diversi misurerebbero diverse
velocità, ma questo è impossibile perchè la velocità
della luce deve restare la stessa in tutti i sistemi di riferimento,
per cui occorre ipotizzare che siano lo spazio ed il tempo ad esser
modificati.
Il tempo nella
letteratura Come è stato sentito e sofferto dai
letterati e dai poeti il concetto di tempo, come essi lo hanno trasformato
in qualcosa di proprio, di “vissuto” spesso con angoscia
e trasmesso agli altri uomini? Il discorso sarebbe lunghissimo, perchè
quasi tutti hanno espresso il dolore per la rapidità del
tempo e il desiderio di sopravvivere alla morte, illudendosi così
di prolungare il proprio tempo. Devo quindi limitare la mia scelta a
pochissimi. Omero affronta più volte questo tema: Omero: Iliade libro I, 352-353 “Poi che mi generasti a vivere breve vita, gloria almeno dovrebbe
darmi l’Olimpo......” La fama e l’onore (χλεοσ)
sono il conforto dell’uomo, chi se li assicura vive oltre il suo
tempo, nel tempo dei posteri. Di qui la preghiera di Ettore nel canto
VI (trasmettere la sua gloria al figlio); qi qui la delusione di Achille
nell’Odissea per la monotonia dell’aldilà, dei campi
Elisi: “Non mi volere. Ulisse divino, lodare la morte, vorei, sopra
la terra vivendo, essere servo di un altro... piuttosto che regnare
su tutta la turba dei morti”. I poeti, anticipando cio’ che Seneca
scriverà nel “De brevitate vitae”, cercano
l’illusione dell’eternità (vita oltre la morte, prolungamento
del tempo) nella poesia In Saffo troviamo il tema della rivale in amore, la donna zotica, che
a differenza della poetessa morirà totalmente perchè non
ha saputo raccogliere “le rose della poesia” (fr.55): Tu giacerai morta
né alcuna memoria di te mai resterà in futuro: ché
tu non hai parte delle rose della Pieria, ma anche
nella casa di Ades vagherai oscura fra le
ombre dei morti, sospesa in volo lungi da qui. Callimaco si conforta pensando all’amico tanto amato (Eraclito)
che potrà rivivere per sempre ne “i suoi usignuoli”
(versi), su cui “colui che ogni cosa ghermisce” (Hades)
non può stendere la sua mano (Ant. Pal VII, 80): Qualcuno mi disse
della tua morte, Eraclito, e piansi.
E ricordai allora le molte volte
che parlando insieme ci raggiunse la
sera. Ora tu, amico d'Alicarnasso,
sei da lungo tempo cenere in qualche luogo. Ma vivono per sempre
i tuoi "Usignoli": su di loro Ade
che tutto rapina non
metterà le mani. Il tema del del tempo è fondamentale
in tutta la poetica di Seneca, in particolare quest’autore è
interessato alla tematica dell’inesorabile fuga del tempo e della
sua precarietà che attanaglia l’uomo. Con la sua riflessione sul tempo Seneca
non intende però arrivare ad una posizione filosofica sul concetto
di tempo, come si è visto in Agostino o in successivi pensatori
moderni come Heidegger e Bergson. Le sue analisi nascono proprio
in un momento in cui la perdita dei valori tradizionali e l’attività
frenetica e disumanizzante degli uomini della prima età imperiale
hanno fatto perdere di vista la dimensione dello scorrere del tempo,
che tendeva ad essere mercificato da una società sempre più
affaristica e materialistica. Per l’uomo alienato, tutto immerso
nei suoi affari, nel raggiungimento del potere, della ricchezza, del
prestigio il tempo non è che che una merce di scambio; esso è
diventato una summa di ore, di giorni, di mesi, di anni che si susseguono
l’uno all’altro in un immenso vortice di fatti, di azioni,
di gesti privi di valore in cui l’uomo non riesce a dare un significato
alla propria vita. Nel De brevitate vitae,
l’opera più significativa a riguardo, il filosofo consiglia
di fermarsi un momento e di dedicare del tempo a se stessi, egli non
vuole dimostrare la brevità cronologica della vita, di cui si
lamentano tutti gli uomini, ma la lunghezza di una vita vissuta nella
sua profonda interiorità. Arriviamo, allora ad una distinzione
tra “vita”, che è la vera vita vissuta intensamente,
e “tempus”, che rappresenta lo spazio cronologico che sprechiamo
nella banalità delle azioni quotidiane. L’importanza del
tempo diventa allora qualitativa non quantitativa; solo attraverso l’esercizio
dello spirito si può instaurare un rapporto non conflittuale
col tempo. Il saggio è allora, per Seneca, colui che è
capace di vivere il presente nella sua interezza, che considera la vita
momento per momento, giorno dopo giorno, addirittura arrivando ad identificare
ogni giorno con la vita intera. Dunque uno dei fondamentali nell’opera
di quest’autore è la contrapposizione tra il “sapiens”
e gli “occupati” tra chi sa fare un positivo utilizzo del
tempo e chi lo spreca inutilmente. Seneca De brevitate vitae, 8 Mirari soleo, cum video aliquos tempus
petentes et eos qui rogantur facillimos; illud uterque spectat propter
quod tempus petitum est, ipsum quidem neuter: quasi nihil petitur, quasi nihil datum. Re
omnium pretiosissima luditur; fallit autem illos quia
res incorporalis est, quia sub oculos non venit, ideoque vilissime aestimatur,
immo paene nullum eius pretium est. [2] Annua, congiaria homines
carissime accipiunt et illis aut laborem aut operam aut diligentiam
suam locant: nemo aestimat tempus; utuntur illo laxius quasi gratuito.
At eosdem aegros vide, si mortis periculum propius admotum est, medicorum
genua tangentes, si metuunt capitale supplicium, omnia sua ut vivant
paratos inpendere: tanta in illis discordia adfectuum est. [3] Quodsi
posset quemadmodum praeteritorum annorum cuiusque nurnerus proponi,
sic futurotum, quomodo illi qui paucos viderent superesse trepidarent,
quomodo illis parcerent! Atqui facile est quamvis
exiguum dispensare quod certum est; id debet servari
diligentius quod nescias quanda deficiat. [4] Nec est tamen quod putes
illos ignorare quam cara res sk: dicere solent eis quos valdissime diligunt
paratos se partem annorum suorum dare. Dant nec intellegunt; dant autem
ita ut sine illorum incremento sibi detrahant. Sed hoc ipsum, an detrahant,
nesciunt; ideo tolerabilis est illis iactura detrimenti latentis. [5]
Nemo restituet annos, nemo iterum te tibi reddet.
Ibit qua coepit aetas nec cursum suum aut revocabit aur supprimet; nibil
tumultuabitur, nihil admonebit velocàatis suae: tacita labetun
Non ilia se regis imperio, non favore populi longius proferet: sicut
missa est a primo die curret, nusquam devertetur, nusquam remorabitun
Quid flet? Tu occupatus es, vita festinat: mors interim aderit, cui velis nolis
vacandum est. Traduzione: Mi fa sempre meraviglia vedere alcuni chiedere tempo e chi ne è
richiesto così arrendevole; l'uno e l'altro guarda allo scopo
per cui si chiede il tempo, nessuno dei due al tempo in sé: lo
si chiede come fosse niente, si dà come fosse niente. Si
gioca con la cosa più preziosa di tutte. Non ne hanno coscienza, perché è immateriale, perché non cade sotto gli occhi, e perciò è valutata
pochissimo, anzi non ha quasi prezzo. Assegni
annuali, donativi gli uomini li ricevono come tesori e nel procurarseli
impiegano le loro fatiche, il loro lavoro, la loro solerzia: nessuno
dà valore al tempo; ne usano senza risparmio, come fosse gratis.
Ma vedili quando sono ammalati, se incombe pericolo di morte, toccare
le ginocchia dei medici; se temono la pena capitale, pronti a sborsare
tutto quello che hanno pur di vivere: tanto sono discordi i loro sentimenti.
Che se fosse possibile a ognuno aver dinanzi agli occhi il numero degli
anni futuri, al pari dei passati, come sbigottirebbe chi ne vedesse
avanzare pochi, come ne farebbe economia! Eppure è facile
amministrare ciò che è sicuro, per quanto
esiguo; si deve custodire con maggior cura ciò che non sai quando
verrà a mancare. E tuttavia non credere che ignorino che cosa
preziosa sia: a quelli che amano di più ripetono di essere pronti
a dare pane dei propri anni. Li danno senza rendersene conto: li danno
in modo di toglierli a sé senza accrescerli a loro. Ma non sanno
neppure se li tolgono: perciò gli è sopportabile una perdita
che è un danno inavvertito. Nessuno ti renderà
gli anni, nessuno ti restituirà a te stesso;
andrà il tempo della vita per la via intrapresa e non tornerà
indietro nè arresterà il suo corso; non farà rumore,
non darà segno della sua velocità: scorrerà in
silenzio; non si allungherà per editto di re o favore di popolo;
correrà come è partito dal primo giorno, non farà
mai fermate, mai soste. Che avverrà? Tu sei affaccendato,
la vita si affretta: e intanto sarà li la morte, per la quale,
voglia o no, devi aver tempo Successivamente negli ultimi secoli dell’evo
antico, mentre si diffondevano i culti isiaci e soprattutto il Cristianesimo,
si afferma la fede in una vera sopravvivenza dell’anima in Dio
e Sant’Agostino può fiduciosamente contrapporre al tempo
creato da Dio, quel Dio stesso che è lui stesso eternità. Di questa fede è testimonianza tutta
la letteratura Cristiano-antica e poi Cristiano-medievale, e anche l’iconografia
medievale spesso incentrata sul tema del Giudizio Universale, della
pena e del premio oltre la morte, allora il tempo della vita appare
come un breve pellegrinaggio, un esilio destinato a sfociare in un’eternità
di dolore e gioia. E di nuovo si può citare Dante
(canto XI del Purgatorio, vv. 91-108). Oh vana gloria
de l’umane posse! com’ poco
verde in su la cima dura, se non è
giunta da l’etati grosse! Credette Cimabue
ne la pittura tener lo campo,
e ora ha Giotto il grido, sì che la
fama di colui è scura. Così ha
tolto l’uno a l’altro Guido la gloria de la
lingua; e forse è nato chi l’uno
e l’altro caccerà del nido. Non è il
mondan romore altro ch’un fiato di vento, ch’or
vien quinci e or vien quindi, e muta nome perché
muta lato. Che voce avrai
tu più, se vecchia scindi da te la carne,
che se fossi morto anzi che tu lasciassi
il "pappo" e ’l "dindi", pria che passin
mill’anni? ch’è più corto spazio a l’etterno,
ch’un muover di ciglia al
cerchio che più tardi in cielo è torto? Ma nella pur religiosissima età barocca,
che per la Spagna e per l’Italia fu un periodo di decadenza economica
e di opposizione controriformistica, alla salda fede di Dante, che contrapponeva
senza timore l’eternità al tempo, il senso angoscioso della
fragilità umana e della brevità della vita prende cupamente
il sopravvento. Luìs
de Gòngora: La clessidra Che vale, tempo
tiranno, la ristretta prigione che di vetro ti
costruimmo per tenerti in
mano, se trattenerti
è vano, e sempre di te
è vuota quando più
pensi piena, la nostra vita,
alla cui voce fuggi qual tempo
veloce e sordo come nell’arena? Orologio a stelle Se voglio attraverso
le stelle Sapere, tempo,
dove sei, vedo che con lor
vai, ma non torni con
loro. Dove imprimi le
tue orme, che non trovo il
tuo corso? Ohimè, m’inganno! Tu voli, rotoli
e corri: tempo, sei tu che
resti, Son
io che me ne vado.)? Fu soprattutto nel decadentismo, in quell’età
che vide il disgregarsi di tante convenzioni, il crollo di tanti valori
e di tanti ideali e il disorientamento dell’uomo incapace di trovare
certezze nella propria identità e nel significato della vita,
che si affermò con nuova attualità la meditazione sul
tempo. L’influenza di Bergson collegata con quella di Freud determinò
una svolta decisiva nell’evoluzione del romanzo, che mutò
radicalmente struttura e linguaggio divenendo specchio della travagliata
coscienza dell’uomo moderno.
BIBLIOGRAFIA Stephen Hawking Dal Big Bang ai buchi neri: breve storia del tempo RIZZOLI C.M.Garelli Lezioni di fisica
superiore LEVROTTO & BELLA A.Einstein, L.Infeld L’evoluzione
della fisica BORINGHIERI B.Russel L’ABC della
relatività LONGANESI O:Costa de Beauregard Il 2°
principio della scienza del tempo F.ANGELI G.Agnelli, A.Orlando Un filosofo
allo specchio: Seneca PALUMBO EDITORE Sant’Agostino Le confessioni
EINAUDI H.Bergson L'evoluzione creatrice M.Heidegger Il concetto di tempo ADELPHI
U.Amaldi Dal pendolo ai quark ZANICHELLI |
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